Bellezze italiche d’esportazione


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‘Thank you Italy, crazy but beautiful!’

Con queste parole il regista Paolo Sorrentino ha accolto l’assegnazione del Golden Globe a ‘La Grande Bellezza’ quale miglior film straniero. Il film con protagonista Jep Gambardella, impersonato magnificamente da Toni Servillo, è di grandissima ambiguità: ricco di contraddizioni, alterna momenti di apatia e di noia a picchi di poesia e bellezza, fondendo tragedia e farsa, eros e morte, umanità e cinismo, arte e vuoto esistenziale. Capolavoro o film sconclusionato, ‘La grande bellezza’ gioca consapevolmente su questo fragile confine, allegoria perfetta della ‘presunta’ decadenza italiana. La fotografia del film si nutre della meraviglia di una Roma incredibile, spettacolare: come l’Italia attuale che vive della rendita enorme e pesantissima di un passato celebrato, idealizzato ma anche subìto. Un passato gravoso in cui il paese, così come lo scrittore Gambardella, ha creato in un momento, forse irripetibile, la propria ‘grande bellezza’, bellezza che poi non è più riuscito a replicare.

Sto parlando un po’ per stereotipi, così come fa anche il film, velatamente o meno, celandoli sotto una realizzazione tecnica miracolosa. Ma la narrazione della decadenza del (fu) bel paese è talmente diffusa e accolta da essere diventata una certezza: la raccontano i film, la sanciscono i dati economici figli della crisi e dei grandi mali storici del paese. Ma il moribondo come sta, effettivamente? Se di malato si tratta, parliamo di una vecchia gloria decaduta giunta all’esalazione dell’ultimo respiro o di un giovane di belle speranze in procinto di risollevarsi dalla polvere?

La crisi finanziaria e economica del 2008 ha colpito pesantemente il nostro paese, con il conseguente crollo del Pil, dei consumi interni, della produzione industriale. Ma il ritratto che andrebbe fatto dell’Italia è anche quello di Jep Gambardella, di un artista individualista e disilluso, che si trascina da decenni in una crisi di progettualità e di ispirazione, perso in un presente vuoto e nell’attesa di una svolta, del ritorno della capacità di creare ‘bellezza’.

Eppure è proprio nella creazione del ‘bello’ che il nostro paese non ha mai abbandonato la partita, ma continua a giocare le proprie carte vincenti. Che si tratti di manifattura di alto livello, di design, industria alimentare o di architettura il dato è infatti sempre lo stesso. A fronte della gravissima crisi economica che ha colpito il nostro paese a partire dal 2008, molti settori produttivi, usualmente raggruppati sotto la dicitura di ‘made in Italy’, dimostrano grazie a dati di export molto positivi che l’industria italiana è ancora vitale e ricercata, ben lontana da quel deserto produttivo da molti paventato. Non stupisce quindi che la ripresa, ancora fragile, sia strettamente legata a questi settori.

Questo dato si accompagna alla polemica che ha segnato un’ altra uscita cinematografica, negli ultimi giorni. Il dibattito pubblico sembra aver ‘riscoperto’ la Brianza e i mali dei territori produttivi italiani, dal Veneto, alla Lombardia, al Piemonte, grazie al film ‘Il capitale umano’ di Paolo Virzì, commedia amara ma di ben più modeste ambizioni rispetto all’affresco felliniano di Sorrentino. Il tema è particolarmente rilevante ma per nulla nuovo, legato a dinamiche nefaste di sviluppo del territorio susseguitesi per decenni e ancora lungi dall’essere abbandonate: la proliferazione di aree produttive, di anonime periferie legate al policentrismo storico del panorama urbano italiano, la disgregazione sociale, l’elevatissima ma spesso inefficiente infrastrutturazione di un territorio storicamente rinomato per la qualità dei propri paesaggi, oggi radicalmente modificati e talvolta compromessi. L’immagine che se ne coglie è quella di un paese in grado di produrre bellezza (a livello di prodotto) ma contemporaneamente disinteressato alla qualità complessiva del proprio territorio, per il quale sarebbe, oggi più che mai, necessaria quella visione di sistema che è sempre stata assai rara nella storia italiana.

L’architettura e l’urbanistica esprimono abbastanza chiaramente questa contraddizione. Da un punto di vista complessivo l’Italia sembra tra i paesi meno interessati a promuovere una progettazione urbana e architettonica di qualità, salvo sfruttare spesso cinicamente il design d’autore per vestire di ‘progresso’ ingenti piani finanziari e speculativi (vedasi molti episodi architettonici dello sviluppo recente di Milano). I segnali positivi risaltano perciò in un simile contesto: i recenti risultati della competizione Europan, giunta alla 12ma edizione, dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che gli architetti italiani, nello specifico neo-laureati fino agli under 40, sono vincenti e apprezzati nei concorsi internazionali. Si tratta di un dato di assoluto valore anche per il sistema di insegnamento universitario, a quanto pare in grado di formare architetti di cultura progettuale e sensibilità ritenute vincenti all’estero. Dato che stride fastidiosamente a fronte della scarsa disponibilità del paese a fornire siti per la competizione (2 nell’edizione 2013 ma zero nella precedente), della infima considerazione di cui godono i concorsi pubblici di architettura e della pessima qualità di gran parte del costruito più recente.

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“Gli architetti italiani quindi s’impongono all’estero, e sono sul podio delle nazionalità più vincenti, classificandosi terzi dietro a Spagna e Francia per numero di aggiudicazioni. Se si considerano invece i rapporti assoluti fra vittorie e partecipazioni, l’Italia conquista addirittura il primo posto ex aequo con la Spagna. Un dato ulteriormente rafforzato se si considerano i gruppi misti, all’interno dei quali figura almeno uno dei componenti di origine italiana, sinergia che ne innalza la percentuale di vittoria finale a scapito di segnalazioni e menzioni speciali. Indicazione ottima, perciò, che testimonia l’alto livello progettuale dei candidati, purtroppo disatteso dal poco spazio riservato ai giovani in Italia, una sorta d’ingiustificato “Nemo Propheta in Patria”, figlio della crisi ma anche di una miopia generale nei riguardi della progettazione urbanistica e dei concorsi” (cit. ‘Il Giornale dell’architettura’).

Il ‘Giornale dell’architettura’ sottolinea in particolare come ad essere apprezzate, nella cultura progettuale dei giovani architetti italiani, siano la capacità di disegnare la città, intesa come rete di spazi, di ambiti di relazione, la capacità di far fruttare l’insegnamento della città storica per la creazione di un ambiente urbano contemporaneo di grande qualità.

L’Italia è quindi ‘crazy but beautyful’, bella per eredità del passato ma anche in grado di produrre nuova bellezza, pazza per l’incoscienza con la quale sembra dissipare un tale potenziale. Grandissima esportatrice di bellezza quando le competenze e le capacità diffuse avrebbero bisogno di dare frutti anche sul territorio di casa. Nella narrazione della crisi non si manca mai di sottolineare il bagaglio di competenze, di creatività, di buona volontà, questo potenziale che ci contraddistingue, elementi meritevoli di trovare la giusta considerazione e il riconoscimento di un ruolo fondamentale nel benessere economico, sociale e culturale del paese.

‘Ho una mezza idea di tornare a scrivere’ dice Gambardella ad un certo punto ne ‘La Grande Bellezza’. Le inversioni di rotta non sono impossibili, quindi, per questo inizio di 2014, mi sento di obiettare al famoso monito dantesco: ‘Non abbandonate ogni speranza o voi che restate!’.

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