Perturbanti metropolitani: Vidler, Berlino e l’architettura del dramma


Franco Stella _ Ricostruzione dello Stadtschloss, Berlino

Franco Stella _ Ricostruzione dello Stadtschloss, Berlino

La lezione tenuta, qualche settimana fa, dall’architetto Franco Stella, in Basilica Palladiana a Vicenza, riguardo il suo progetto di ricostruzione del Berliner StadtSchloss è stata l’occasione per ritornare in qualche modo all’atmosfera della città. Nella capitale tedesca sono stato ormai qualche anno fa, ma, mai prima di Berlino, avevo potuto vedere cosa significa il vuoto all’interno di una metropoli, o come la memoria plasmi la ricostruzione di una nuova città. In questo stesso periodo sto anche leggendo due libri molto interessanti, in cui l’esplorazione dell’architettura e del paesaggio contemporaneo, si legano con la particolarità berlinese.

I testi in questione sono ‘Il perturbante dell’architettura’, saggio di A. Vidler pubblicato nel ‘lontano’ 1992, e ‘Artscape’ (2003) ampia esplorazione del legame arte-paesaggio-città ad opera di Luca Galofaro dello studio laN+. Le due pubblicazioni non hanno come soggetto specifico la città di Berlino ma descrivono molte caratteristiche della contemporaneità che possono essere riscontrate nella metropoli tedesca.

La lezione dell’architetto Stella parlava giustamente, per Berlino, di reinvenzione del passato; palese nella ricostruzione del castello barocco, andato perduto oltre 60 anni fa, ma fondamentale anche in progetti molto diversi, progetti che hanno segnato la storia urbana berlinese degli ultimi 20 anni: dall’emblematica ricostruzione dell’isolato di SchutzenStrasse realizzata nei primi anni ’90 da Aldo Rossi, agli interventi di Peter Eisenman, l’isolato presso Checkpoint Charlie e il Memoriale agli Ebrei uccisi d’Europa, fino al Museo Ebraico di Daniel Libeskind.

Mi permetto a questo punto una breve digressione: nella psicoanalisi freudiana ‘das unheimliche’, sostantivo che contiene in sé la radice heimlich, è il perturbante, qualcosa che è assieme familiare ed estraneo, qualcosa che genera angoscia e turbamento ed al contempo appartiene alla sfera privata, la sfera degli affetti, di ciò che è vicino ma tenuto nascosto, celato. Questo ‘rimosso o nascosto’ affiora nuovamente in ciò che viene percepito come unheimlich, letteralmente ‘non famigliare’. Ma per affiorare ha bisogno di buchi, di smagliature nel rassicurante intreccio di cose comuni che compongono l’esperienza. La lettura architettonica esposta da Vidler affonda proprio in questo background psicanalitico, fondamentale per esplorare il disagio contemporaneo, l’operare di molti progettisti contemporanei con l’espressione dell’angoscia, della perdita, del vuoto. Tratti comuni a diversi progettisti, da Eisenman a Rossi a Libeskind, tutti a vario titolo coinvolti nella ricostruzione berlinese degli anni 90 e 2000. A Berlino dove il tessuto della città lascia spazio a vistose smagliature, a veri e propri buchi, come se qualcosa nel profondo avesse logorato, strappato, squarciato il denso intreccio di case, di strade, di parchi, di monumenti. Smagliature e lacerazioni adatte a divenire luoghi di reinvenzione o riscoperta di un’ identità passata.

I motivi di questa natura psicanalitica o ‘turbante’ della dimensione metropolitana berlinese, e evidentemente della sua architettura, sono, quindi, molteplici e in larga parte peculiari: fanno riferimento alla storia travagliata della città, al dramma della separazione e all’entusiasmo per la riunificazione dopo la caduta del Muro nel 1989. Berlino vive ed esprime così il dramma della propria storia, una storia che sa di rinascita ma anche di tragedia nazionale, con particolare riferimento all’Olocausto e alla cancellazione della storia urbana berlinese causata dalle distruzioni della seconda guerra mondiale e dal dominio sovietico.

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Aldo Rossi _ Isolato in SchutzenStrasse, Berlino

Le scure steli di calcestruzzo di Eisenman, così come le facciate colorate di Rossi a SchutzenStrasse o le pareti di titanio lacerate di Libeskind trasferiscono nell’architettura il dramma, il vuoto incolmabile di un passato tragico. Quasi tutte queste opere hanno quindi in comune una relazione stretta con la memoria ed il senso della perdita.

Peter eisenmann, Haus am Checkpoint Charlie, Berlino

Peter eisenmann, Haus am Checkpoint Charlie, Berlino

L’architettura di Eisenman ha usato spesso la storia come pretesto compositivo. E’ però una storia che non è resa evidente, è una storia sommersa e, appunto, turbante. Nell’isolato residenziale presso Checkpoint Charlie gli strati nascosti della storia vengono utilizzati dall’architetto americano per deformare i volumi, per rompere gli allineamenti. E’ la potenza destabilizzante della griglia, dei tracciati planimetrici storici della città che vengono fatti emergere per turbare la chiarezza ortogonale dell’architettura contemporanea.

Anche nel Memoriale agli Ebrei uccisi d’Europa Eisenman fa uso della griglia. Le lastre in cemento sono razionalmente disposte sulla superficie di una vasta spianata, a pochi passi dal Reichstag, dalla porta di Brandeburgo, dal Tiergarten. Ma il ‘mausoleo’ è nascosto, quello spazio ‘unheimlich’ dove sono proiettati i nomi delle vittime va scoperto penetrando nel terreno, al di sotto del grande artscape, o paesaggio artistico, che invade lo spazio aperto. Il messaggio dell’opera non è difficile da cogliere: la regolarità delle steli, anonime e ‘non comunicative’, ci parla di una razionalità terribile, disumana. Ci parla dello sterminio inteso come processo, come programma concepito e attuato con sconcertante zelo e ostinazione. L’orrore è nel profondo, ma la fredda serialità dei blocchi, il terreno irregolare che sprofonda e inghiotte il visitatore rappresentano un’unica esperienza: l’esperienza del perdersi, del venire sopraffatti e disorientati da una struttura apparentemente razionale, precisa, comprensibile. Il riferimento più evidente è in questo caso a quella ‘banalità del male’ descritta da Hanna Arendt, quel male reso grigio, razionale, ‘burocratizzato’ da Eichmann e le migliaia di funzionari del Reich nazista.

Peter Eisenmann, Memoriale alle vittime dell' Olocausto, Berlino

Peter Eisenmann, Memoriale alle vittime dell’ Olocausto, Berlino

Persino l’apparente esuberanza delle timbriche facciate composte da Aldo Rossi per la ricostruzione dell’isolato di Schutzen Strasse nasconde il disagio rossiano di fronte alla complessità perduta della città storica: la citazione del palazzo romano che appare qua e là lungo la cortina edilizia riprende il metodo compositivo basato sulla imitatio degli architetti neoclassici (come Schinkel), ma è lo sdoppiarsi di Rossi in tanti progettisti, uno per ogni diversa facciata, ad indicare il tentativo dellarchitetto italiano di replicare la stratificazione storica, la ‘varietà nell’unità’ della città.

Il vuoto creato dalla storia riemerge a Berlino, più e più volte. Talvolta nella forma di un fantasma che, per volere di alcuni, torna ad acquisire carne e sostanza. Quasi una resurrezione. Come espresso da Franco Stella, giustamente orgoglioso della ‘propria’ creatura, il ricostruendo StadtSchloss rappresenta oggi il più grande progetto in realizzazione nel centro di Berlino. Siamo di fronte alla reinvenzione della storia, al riemergere del passato. Il ruolo di Stella più che di architetto diventa quasi quello del medium, chiamato a riportare in vita un illustre ‘cadavere’ della storia. E cosa c’è di più unheimlich della resurrezione di un parente perduto?

Judishes Museum, Berlino _ Daniel Libeskind

Judishes Museum, Berlino _ Daniel Libeskind

Il Museo Ebraico di Libeskind, infine, fonde in un’unica opera tutti gli aspetti fin qui esposti: riunisce l’esperienza e l’espressione della tragedia e del vuoto, dello spazio unheimlich, trasformato in elemento fisico vero e proprio all’interno dell’edificio, la decostruzione dell’architettura, lo straniamento della contemporaneità rispetto alla storia, l’esperienza dell’artscape.

Una stessa sensibilità sembra unire anche Eisenman e Libeskind, soprattutto nel ‘Giardino dell’Esilio’, il labirinto esterno al museo, caratterizzato da un piano inclinato steso tra 49 alte steli di cemento, percorso artistico che esprime la perdita dell’equilibrio, il disorientamento e l’instabilità, elementi del dramma del popolo ebraico. All’interno dell’edificio si vive varie volte l’esperienza dell’immergersi e riemergere: si passa dall’edificio barocco del Berliner Museum e scendendo nella terra si emerge nel museo ebraico con il vuoto che irrompe nello spazio ‘deformato’ dell’edificio di Libeskind.

E’ la metafora finale di Berlino, città la cui linea di sviluppo è stata segnata da un dramma spaventoso, da una colpa angosciante. Questa tragedia ha trasformato il volto della città, l’ha scavato ma lentamente, come è normale, è stata parzialmente ricoperta, dimenticata dalla vita che prosegue, dalla metropoli in trasformazione. I luoghi della memoria berlinesi sorgono proprio per questo, per richiamare dal profondo il passato, per deformare l’aspetto rassicurante del presente ed esprimere attraverso ‘das unheimliche’ un insegnamento ed un monito.

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4 thoughts on “Perturbanti metropolitani: Vidler, Berlino e l’architettura del dramma

  1. Bellissima riflessione, come sempre. Tuttavia non sono d’accordo sul castello: il vero unheimlich in quello spazio è il Palast der Republik, la ricostruzione del castello è proprio l’attuazione di una rimozione, una (brutta) pezza su uno spazio che non doveva essere colmato. L’unico modo per rapportarsi a quel vuoto era lasciarlo vuoto. Quel vuoto avrebbe parlato della città e della sua storia molto più di quanto non farà l’inutile fanfara del castello.

  2. Anche questo è vero! Discutendo con alcuni amici abbiamo sottolineato come il tutto sappia di reazione alla reazione: è per alcuni aspetti raffrontabile alla proposta di demolire la via dei fori a Roma per ‘rimediare’ al vulnus fascista. E’ chiaro che però in questo caso il castello risulterà svuotato di qualsiasi valore storico, artistico. Sarà solo un gigantesco contenitore ‘in stile’ per quello che vorranno metterci dentro.

  3. In merito alla “resurrezione” del Castello e, più in generale, al carattere di Berlino, ti rimando a “Berlino città senza forma” di Philipp Oswalt. Concordo sul fatto che si tratta di uno schizofrenico recupero di una rimozione: il Castello, solo in parte danneggiato dalla guerra, venne demolito in fretta e furia in quanto ricordava un passato scomodo (pur non essendo in particolar modo legato all’esperienza nazista). Tra l’altro il progetto di Stella non mi piace… non perchè non ami quel tipo di linguaggio, ma proprio perchè non apprezzo il “muro bianco con finestrelle” caratteristico del nostro collega vicentino. Volendo restare nel filone, secondo me era molto più adatto un Kolhoff, più attento ai materiali, alle partizioni, ai chiaroscuri, in altre parole al “disegno” di una facciata.

  4. Grazie per il consiglio di lettura.
    Ogni tanto seguo l’avanzamento dei lavori sul portale SkyscraperCity e il tutto è ridotto a strutture in calcestruzzo armato, alle quali verranno applicate le repliche di stucchi, decorazioni, colonne. Effettivamente molto poco di interessante, al di là della presenza urbana che verrà ripristinata.
    Concordo su Kolhoff ma a quanto pare, al tempo, preferirono premiare l’outsider Stella, non senza polemiche.

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