Salvare un parco per salvare una città: Istanbul e Gezi Park


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“Ho viaggiato nel freddo
Senza volto senza età
Pilotando un
Corpo senza guida a Istanbul,
Istanbul
Istanbul baluardo sacro per
L’ incrocio delle razze degli uomini brucerà
L’ ho cercato nel freddo
Se ne stava solo là
Il mio volto nel fango di Istanbul,
Istanbul Istanbul baluardo sacro per
L’ incrocio delle razze degli uomini brucerà
Istanbul, Istanbul
Forze oscure in Istanbul
Istanbul, Istanbul
Forze oscure in Istanbul
Istanbul, Istanbul”
(Litfiba, ‘Istanbul’ dall’album ‘Desaparecido’ 1985)

Istanbul, baluardo sacro per l’incrocio delle razze degli uomini, brucerà. E Istanbul brucia.    Le notizie di scontri e repressione che si susseguono da ormai una settimana nella città e in altri centri della Turchia sono sulle pagine di tutti i giornali.

Istanbul l’ho visitata tre anni fa, un breve viaggio compiuto con alcuni amici.                      Per quanto breve, però, l’esperienza di una città come Istanbul rimane fortissima. Bisanzio, Costantinopoli, la Roma d’oriente, la città islamica, la metropoli internazionale e moderna. Istanbul è una città che suscita reazioni, che stimola il corpo e la mente, mette alla prova la pazienza e sovverte pregiudizi e consuetudini.

Istanbul è soprattutto una città dove si vive la strada e per la strada, dove donne e uomini affollano i ponti, le vie, i percorsi coperti del bazar, per vendere, pescare, discutere, cucinare, fare, trattare: la città è viva, le sue strade sono un tumulto di genti fino a notte inoltrata.

Non posso certo pretendere di avere un rapporto privilegiato con la città. L’ho visitata, certo, ma come fanno ogni anno decine di migliaia di turisti da ogni parte del mondo, godendone i contrasti, gli odori, i colori, la confusione, la storia, i ruderi e la sporcizia, il vecchio e il nuovissimo, la gente, il cibo, l’acqua, i panorami, i canti del muezzin e il frastuono dei clacson.                                                                                                                        Come architetto, e come studente dell’università di Venezia, da sempre attenta alle politiche urbane, al saper costruire la città, la vicenda di Gezi Park, tuttavia, acquista per me una valenza maggiore.

E’ la richiesta da parte di una comunità di non vedersi privata degli spazi vitali, di un parco di bellissimi alberi secolari, di un luogo di socializzazione. E’ la protesta contro la privatizzazione dello spazio pubblico e plurale della città, contro la sua chiusura ed il suo controllo, contro l’impoverimento delle pratiche sociali di una comunità.

E’ una difesa della città pubblica, dei luoghi in cui questa permette il mescolarsi libero delle persone, il contatto, la discussione, la lettura, l’ozio. La città ha bisogno di questi spazi, ha bisogno di lasciarli vivere, non di sradicarli per creare scintillanti e asettici mall di negozi di lusso dove si ammassano consumatori anonimi.

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Chi sia stato almeno una volta ad Istanbul sa benissimo come il commercio sia la pratica sociale più autentica della città: si discute, si tratta il prezzo, si valuta la merce, si scambiano pareri con l’avventore, magari si sorseggia un buon tè. E’ un vendere ed acquistare che richiede tempo, pazienza, attenzione. E’ scontro e scambio. E’ socializzazione. Ma questa socializzazione avviene per le strade, nello spazio pubblico e informale.

Non sono solito lanciare accorati appelli di questo tipo, conscio del fatto che, nella distanza che ci separa dal vero terreno di scontro, si nasconde sempre un velo di ipocrisia. Noi siamo al sicuro mentre chi protesta è altrove. Non da ultimo c’è sempre il pericolo di non cogliere tutte le sfumature, le implicazioni, i risvolti di simili avvenimenti. Anche ad Istanbul le cose implicite nella protesta sono molte, dal rischio dell’islamizzazione all’allontanamento progressivo del paese dall’orizzonte europeo: non mi avventurerò però in spiegazioni di natura politica, rimandando ad alcuni articoli de ‘Il Post’ (testata online che apprezzo per la completezza dell’informazione) in cui tutto ciò è esposto molto meglio.

Al di là di tutto, comunque, la protesta muove soprattutto richieste giuste e condivisibili e mi sento in dovere di diffondere l’appello di una comunità che richiede voce in capitolo e possibilità di decidere il destino dei luoghi in cui vive, oltre a non vederli scomparire.

CALL FOR SOLIDARITY FROM URBAN MOVEMENTS ISTANBUL

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2 thoughts on “Salvare un parco per salvare una città: Istanbul e Gezi Park

  1. Istanbul è tutto ciò che hai scritto. Non sono bene al corrente di quanto sta succedendo in quella grande città. Di sicuro Erdogan è un personaggio molto discusso, amato da molti e odiato da molti altri. Nota folkloristica: il nostro Hotel era a due passi dalla zona dei disordini che sono iniziati pochi giorni dopo la nostra partenza.
    Nicola

  2. E’ vero, infatti il parco in sè è stato il pretesto iniziale per una protesta che ha molti risvolti. Vi erano sicuramente molte cause profonde, di natura politica e sociale, che covano da tempo e tra queste anche una richiesta di politiche di pianificazione urbana diverse. Istanbul è una metropoli in fermento, in un paese in grande crescita economica e sicuramente uno sviluppo accompagnato da chiusura culturale e sociale può scatenare contrasti. Purtroppo, comunque, la mia visione, dall’estero è chiaramente limitata. So quello che compare sui giornali e qualcosa da amici, ex studenti erasmus a Istanbul, che mantengono qualche contatto con persone che vivono in città.
    Ps: grazie per la visita al blog!

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