Storie da Pritzker, tra Giappone e mogli dimenticate


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Toyo Ito a Barcellona, di fronte al “Suites Avenue Aparthotel”
Photo ©Alberto Estévez/EFE/MAXPPP

Ad ogni nuova nomina del ‘nobel’ dell’architettura, il famoso Pritzker Price, cerco sempre di trovare una logica, una qualche parvenza di indirizzo programmatico dietro le annuali premiazioni. E’ pur vero che le nomine vengono fatte da commissioni giudicatrici sempre rinnovate, quindi sostanzialmente indipendenti le une dalle altre, e questo complica le cose.

Ma le assegnazioni del premio a Zumthor, o a Souto de Moura, persino al semisconosciuto (in occidente) Wang Shu potevano forse far intuire la volontà, condivisa o meno da parte delle diverse commissioni, di premiare realtà professionali stimate ma almeno apparentemente lontane dal circuito mediatico, ‘mainstream’ insomma, della cultura architettonica contemporanea. Persino il premio assegnato a Sanaa, ovvero il duo Kazujo Sejima e Ryue Nishizawa, poteva in qualche modo rientrare in questa logica, malgrado la dimensione molto più ‘internazionale’ della ricerca architettonica degli architetti giapponesi.

In fondo la smaterializzazione dell’architettura portata avanti da Sanaa affonda nella tradizione giapponese, così come il ‘razionalismo’ portoghese di Souto Moura deve molto alla tradizione locale del paese lusitano e lo stesso si può dire della matericità e della ‘concretezza’ delle architetture di Shu o Zumthor.

Ma quest’anno il Pritzker Price spariglia le carte in tavola e premia il sesto architetto giapponese nella sua storia assegnando l’ambito riconoscimento a Toyo Ito.

Il 71enne Ito è infatti il sesto architetto giapponese a ricevere il Pritzker Price dopo Kenzo Tange (1987), Fumihiko Maki (1993), Tadao Ando (1995), e Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa dello studio Sanaa (2010) e sarà premiato ufficialmente il 29 maggio al John F. Kennedy Presidential Library and Museum di Boston, con la cerimonia che si terrà per la prima volta all’interno di un edificio progettato da un altro illustre premiato, l’architetto cino-americano Ieoh Ming Pei.

La motivazione con cui il presidente della Hyatt Foundation Thomas J. Pritzker ha comunicato l’assegnazione del premio dice che «Per tutta la sua carriera professionale, Toyo Ito è stato in grado di produrre opere che coniugano innovazione concettuale e superbe esecuzioni. Creando eccezionali edifici per più di 40 anni, ha affrontato con successo tipologie diverse, da case, biblioteche, parchi, teatri, negozi, edifici per uffici e padiglioni, cercando ogni volta di allargare le possibilità dell’architettura. Professionista dal talento unico, si è dedicato al processo di scoperta che si cela nell’intravedere le opportunità di ogni lavoro e di ogni luogo».

Il contenuto della motivazione permette di delineare qualche indirizzo di riferimento, visto che a partire da Zumthor le ultime premiazioni sembrano indicare un’ attenzione per la realizzazione dell’architettura, per la costruzione e, non a caso, anche per Ito si cita la ‘superba esecuzione’ delle sue opere.                                                                                        Tutto questo con buona pace dei cittadini pescaresi che associano il nome di Ito, ormai da qualche anno, al fallimento del ‘bicchiere’, la fontana di vetro, costata un milione di euro, e interessata da un cedimento strutturale nel 2009 ad un anno dall’inaugurazione.                    Fallimento che comunque non va ad intaccare il nome di uno tra i maggiori architetti mondiali: anche perchè al di fuori dell’Italia la figura di Ito è legata indissolubilmente a celebri progetti, dal Matsumoto Performing Arts Centre di Nagano alla Torre Mikimoto di Ginza a Tokyo, Giappone, passando per gli edifici legati al marchio Tod’s come l’Omotesando Building, situato sempre nella capitale nipponica, e finendo a quella che è forse la sua opera più famosa e celebrata, la Mediateca di Sendai.

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Mediateca di Sendai (Jap), Toyo Ito & Associates

Non indicato, ovviamente, ma probabilmente presente tra i motivi, volendo fare un pò di ‘arte del retroscena’, vi sarà stato quello di premiare il maestro di Sajima e Nishizawa, formatisi alla ‘scuola’ del Pritzker 2013.

Un premio insomma, quello a Ito, che al di là dei richiami alla perizia esecutiva, alla costruzione, va al creatore di opere fortemente iconiche, ad una figura forte dello star system dell’architettura contemporanea, dopo i nomi ‘poco noti’ delle ultime edizioni.

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Tod’s Omotesando Building, Toyo Ito & Assciates, Tokyo (Jap)
© Archimagazine.com

Tuttavia a contorno dell’assegnazione di quest’anno del premio sta tenendo banco una interessante questione, sollevata dall’architetto Denise Scott Brown, moglie e socia di Robert Venturi, che il premio Pritzker lo vinse nel 1991.                                                               L’urbanista e architetto, ottantaduenne, intervenendo a Londra al pranzo della associazione AJ Women in Architecture, si è detta rammaricata delle difficoltà del Pritzker di riconoscere il suo ruolo all’interno dello studio Venturi, Scott Brown and Associates.                                                                                                                                          In ultima analisi anche Denise vuole vedere riconosciuto, pur se a distanza di molti anni, il suo ruolo determinante di co-firmataria  e di co-progettista delle architetture ideate dallo studio che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo determinante nella recente storia dell’architettura. Non da ultimo, infatti, le è sempre stato riconosciuto il contributo fondamentale nella scrittura del celeberrimo saggio ‘Learning from Las Vegas’, al quale è legata fortemente la fortuna, anche teorica, dell’architettura di Venturi e Scott Brown.          Martha Thorne, direttrice del Pritzker Price, ha annunciato la disponibilità della fondazione a discutere la questione sottolineandone l’inusualità: al tempo dell’assegnazione del premio a Robert Venturi la giuria era composta da J. Carter Brown (presidente), Giovanni Agnelli, Ada Louise Huxtable, Ricardo Legorreta, Toshio Nakamura, Kevin Roche, Lord Rothschild, e Bill Lacy (segretario di Giuria).

Robert Venturi e Denise Scott Brown nel deserto presso Las Vegas, 1972

Robert Venturi e Denise Scott Brown nel deserto presso Las Vegas, 1972

A tutto questo si aggiunge una tempestiva petizione che mira appunto a richiedere il riconoscimento dell’importanza di Denise Scott Brown. La petizione sembra abbia ottenuto anche l’appoggio di Robert Venturi stesso, come è giusto, per evitare di guastare i rapporti persino dentro casa.                                                                                                                            Al di là delle battute la questione è alquanto significativa visto che ad oggi sarebbe inconcepibile l’idea di un Pritzker assegnato al solo Pierre de Meuron o a Jacques Herzog dello studio Herzog & De Meuron (premiati nel 2001) o alla sola Sejima senza considerare l’apporto di Ryue Nishizawa all’interno dello studio Sanaa. Da chiarire, a mio avviso, resta anche la premiazione di Wang Shu visto il ruolo della moglie Lu Wenyu nella fondazione dello studio comune AmateurArchitecture.

Un avviso alle prossime giurie del Pritzker: non dimenticate le mogli degli architetti, che giustamente, anche a distanza di anni, premono per vedere riconosciuto il proprio lavoro.                                                                                                                                             Dice un detto che ho sentito ripetere diverse volte che la donna tiene in piedi tre angoli della casa; sembra difficile che in uno studio di architettura le cose siano diverse.

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3 thoughts on “Storie da Pritzker, tra Giappone e mogli dimenticate

  1. Anche io avevo preparato un post sul Pritzker 2013 poi non l’ho mai pubblicato, troppo critico e polemico. Dopo aver letto il tuo, interessante davvero, mi deciderò a cancellarlo definitivamente!
    Ti sei poi laureato? Ho perso qualche passaggio..

  2. Grazie :) per la laurea alla fine ho dovuto rimandare ma giusto qualche mesetto. Qualche problema di incompatibilità e incomprensione con il relatore. Questi relatori non sono mai contenti!
    Riguardo al buon Ito, diciamo che mi sono trattenuto :)
    ma non cancellare il tuo post sul Pritzker, sarà sicuramente interessante leggere anche il tuo parere!

  3. Pingback: Pritzker 2013 a Toyo Ito | Arch'IT

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