COMMON GROUND _ L’umore ‘inglese’ della Biennale di David Chipperfield


theblogazine-biennale-3-2012-08-27

Dopo la convincente biennale 2010, firmata da Kazujo Sejima dello studio giapponese Sanaa, l’organizzazione della kermesse artistica ha deciso di affidare nuovamente ad un architetto la direzione di quella che è, a tutti gli effetti, uno dei più importanti avvenimenti globali nei campi dell’arte e dell’architettura. Continuità sembra essere la parola più volte spesa per designare l’architetto inglese David Chipperfield alla direzione della mostra d’architettura: dopo l’esplorazione dell’architettura come spazio di socialità, di relazione (People meet in architecture) quest’anno l’esposizione ha voluto indagare ‘Common Ground’, il terreno comune, intendendo sia il territorio, la città, lo spazio delle relazioni sociali sia l’ambito di influenze e riferimenti culturali che caratterizzano la professione architettonica.  

‘Questa locuzione serve inoltre a educare l’attenzione rivolta alla città, nostra area di competenza e attività, ma anche realtà creata in collaborazione con ogni cittadino e con i molti partecipanti al processo di costruzione. La disciplina dell’architettura implica problematiche diverse, spesso contraddittorie, ma sono convinto che abbiamo idee e visioni comuni confermabili per mezzo dell’architettura stessa. Common Ground ci invita a scoprire queste idee condivise partendo dalle nostre singole posizioni di differenza.’ (David Chipperfield)

Una biennale quindi intenzionata ad indagare le stesse dinamiche creative del progetto, gli intrecci intellettuali e concreti di fonti culturali, vertici decisionali e dinamiche dal basso che attraversano l’ambiente architettonico:                                                                            premesse interessanti, aperte non solo al discorso, pericolosamente autoreferenziale, di una architettura che parla di se stessa attraverso se stessa, rischiando di ‘separarsi’ dal pubblico, ma anche alle trasformazioni sociali che si evidenziano attraverso la costruzione dell’architettura e della città.

‘Common Ground’ si è mossa tra i due ambiti, mostrando maggiore interesse laddove l’esperimento sociale’, comunitario dà vita a nuovi paesaggi architettonici e urbani e cadendo invece dove la ricerca formale si chiude in un certo elitarismo culturale e nella velleità grafica e plastica.

Torre David, Gran Horizonte _Urban Think Tank + Justin McGuirk + Iwan Baan, Venice Biennale 2012

Torre David, Gran Horizonte _Urban Think Tank + Justin McGuirk + Iwan Baan, Venice Biennale 2012

Non è un caso che il Leone d’oro alla fine sia andato al ‘progetto’ della Torre David di Caracas, Venezuela, portato alla Biennale dal collettivo Urban Think Tank (con la collaborazione del fotografo olandese Iwan Baan), esempio di urbanistica spontanea creata dalle 750 famiglie che hanno occupato lo scheletro di una torre per uffici e residenze di lusso, mai terminata per il fallimento dell’operazione finanziaria, nel centro della metropoli sudamericana.

A Venezia, negli spazi dell’Arsenale è giunta la documentazione fotografica di questa comunità viva, di questo ‘slum verticale’, e la ricostruzione del bar-ristorante creato dagli stessi abitanti della torre come spazio di socialità, spazio di relazione collettiva.

Al vertice opposto, la raffinatezza grafica delle ‘Piranesi Variations’ di Peter Eisenman, la cura di dettaglio e esecuzione dei preziosi modelli urbani e architettonici elaborati dall’architetto americano come riflessione, reinterpretazione e reimmaginazione del ‘Campo Marzio dell’antica Roma‘, raccolta di disegni di Giovanni Battista Piranesi (1762), mi è rimasta impressa come un bellissimo gioco compositivo, ‘preciso, specifico, tuttavia impossibile’, quindi inutile.

Piranesi's variation: Field of Walls _ P.Eisenman, Dogma Architects, Venice Biennale 2012

Piranesi’s variation: Field of Walls _ P.Eisenman, Dogma Architects, Venice Biennale 2012

Piranesi's variation: a Field of Diagramms _ P.Eisenman, Venice Biennale 2012

Piranesi’s variation: a Field of Diagramms _ P.Eisenman, Venice Biennale 2012

L’intera esposizione si è mossa abilmente tra questi due estremi, all’insegna forse di una medietas senza particolari sussulti ma comunque godibile e utile: complice la concretezza e la ‘sobrietà’ dell’approccio di Chipperfield all’architettura, la Biennale 2012 ha rinunciato all’invasività delle archistar, (anche se un pò in disparte era presente pure Zaha Hadid) puntando su un atteggiamento più serio, collaborativo, meno individualistico e autocelebrativo.                                                                                                                                 Non sono mancate alcune note calde e di colore (i padiglioni sudamericani in questo senso aiutano, Venezuela su tutti) ma anche la nebbia fitta e il freddo pungente che mi hanno accompagnato nella visita, sabato 24 novembre, probabilmente hanno avuto un ruolo determinante nel suggerirmi un atmosfera di freddezza nordica, di sobrietà ‘puritana’, anglosassone appunto.

Sobrietà probabilmente doverosa, non solo in tempi di crisi.

Ho parlato, non a caso, di atmosfera ‘inglese’: dalla vicina Irlanda sono venute infatti alcune tra le proposte migliori di architettura viste negli spazi di questa biennale.                           Lo studio O’ Donnell&Tuomey con l’esposizione intitolata ‘Vessel’, risposta alla suggestione del ‘common ground’ basata sull’influsso letterario dell’Inferno dantesco e delle poesie del poeta irlandese Seamus Heaney, ha realizzato all’arsenale una struttura in legno, passaggio, spazio sacro e ‘imbuto’ di luce assieme, e ne ha mostrato sia le suggestioni e le fonti letterarie sia i modelli architettonici di riferimento (dal Le Corbusier de La Tourette all’Aldo Rossi del monumento alla resistenza di Cuneo).

'Vessel' _ O'Donnel&Tuomey, Venice Biennale 2012

‘Vessel’ _ O’Donnel&Tuomey, Venice Biennale 2012

I Grafton Architects, premiati con il Leone d’argento per il suggestivo dialogo a distanza con l’architetto brasiliano Paulo Mendes da Rocha all’insegna di ‘Architecture as New Geography’, hanno invece mostrato come la lezione dei ‘maestri’ sia viva laddove l’architettura è chiamata a ricercare soluzioni costruttive, formali, insediative su terreni comuni.
Il progetto dello studio di Dublino per un Campus Universitario a Lima, Perù, si collega idealmente allo Stadio Dourada di Mendes da Rocha dimostrando come, secondo le parole delle titolari della firma irlandese Yvonne Farrell e Shelley McNamaraa, “openness to influence is a starting point and a prerequisite for good architecture”.

'Architecture as New Geography' _ Grafton Architects, Paulo Mendes da Rocha, Venice Biennale 2012

‘Architecture as New Geography’ _ Grafton Architects, Paulo Mendes da Rocha, Venice Biennale 2012

Emerge da questi lavori la volontà di mostrare, rendere evidenti i processi creativi dell’architettura, di suggerire la complessità culturale del progetto architettonico cercando anche di avvicinare i profani al processo ideativo delle opere:                                                     è quanto hanno voluto esporre anche Cino Zucchi con l’installazione ‘Copycat, Empathy and Envy as Form Makers’, menzione speciale della giuria internazionale, e l’architetto svizzero Valerio Olgiati con ‘Pictographs – Statements of Contemporary Architects’.                                                                                                                                     Se le bacheche di Zucchi, stipate di oggetti vari, disegni, souvenirs suggeriscono l’idea di cultura che si diffonde attraverso imitazione e innovazione, processi strettamente legati che indicano un ‘contagio’ tra culture diverse basato su quanto vi sia di somigliante e ‘comune’, piuttosto che su peculiarità e originalità, il grande tavolo di Olgiati raccoglie le immagini scelte da 41 architetti contemporanei, come guida, ispirazione, suggestione per la loro ricerca formale, quasi in una esplorazione ‘alla fonte’ delle forme architettoniche.

'Pictographs – Statements of Contemporary Architects' _ Valerio Olgiati, Venice Biennale 2012

‘Pictographs – Statements of Contemporary Architects’ _ Valerio Olgiati, Venice Biennale 2012

In una Biennale votata, secondo le intenzioni programmatiche di Chipperfield, al dialogo e alla collaborazione tra architetti non possono non spiccare le due installazioni, autonome ma strettamente relazionate, di Alvaro Siza e Eduardo Souto de Moura, poste all’Arsenale.         Il common ground scelto dai due architetti portoghesi, rispettivamente maestro e allievo e spesso collaboratori, è la città di Venezia stessa, con le installazioni che reinterpretano in modo complementare la spazialità unica della città lagunare: se le ‘finestre’ di Souto Moura inquadrano gli elementi del paesaggio, gli spazi racchiusi da Siza valorizzano gli alberi presso il Giardino delle Vergini.                                                                                           Assieme le due installazioni ci ricordano di Venezia come labirinto urbano e come scenografia unica sulle acque della laguna.

Eduardo Souto de Moura, Alvaro Siza _ Venice Biennale 2012

Eduardo Souto de Moura, Alvaro Siza _ Venice Biennale 2012

Su un terreno simile si colloca anche ‘Radix’, l’installazione dei fratelli Manuel e Francisco Aires Mateus: la struttura voltata, poggiante per tre vertici sul terreno e col quarto idealmente posto in acqua, recupera la forma memoriae delle arcate sansoviniane dell’Arsenale, suggerendo un legame con il luogo e la storia attraverso un concetto spaziale archetipico, leggibile pur nella contemporaneità dei materiali e della tecnica costruttiva.

'Radix' _ Aires Mateus, Venice Biennale 2012

‘Radix’ _ Aires Mateus, Venice Biennale 2012

In una biennale ‘inglese’ non poteva mancare lo humour:                                                      ‘The banality of good’, allestita dal collettivo Crimson Architectural Historians, rappresenta una acuta e sarcastica messa alla berlina del corredo ideologico e pubblicistico che guida la pianificazione urbana dal XX secolo ai giorni nostri, dalle new towns inglesi del secondo dopoguerra all’urbanistica di massa della Cina attuale, alle gated communities per consumatori ‘urbani’ d’elite delle città del Medio Oriente o del Sud America.
Una serie di trittici, emblema dell’arte sacra e della devozione medievale, presenta l’iconografia, in stile ‘pubblicità-progresso’, che serve a propagandare simili processi decisionali e di trasformazione, quasi sempre privi di trasparenza e guidati da ‘altri’ interessi. Gli intenti sociologici ed educativi per i quali simili processi furono ideati lasciano pian piano spazio unicamente agli imperativi economici ed alla speculazione.

Il tentativo di presentare il common ground come contesto condiviso della città, attraverso 6 progetti di social housing e la relazione tra spazio privato, domestico e spazio urbano, attuato dagli architetti londinesi Sergison Bates e Jaccard con l’esposizione ‘Feeling at Home’,  fallisce invece non riuscendo a far emergere il contesto urbano delle proposte.        Contesto urbano che è invece motore dell’iniziativa nel caso di ‘13178 Moran Street’, laboratorio, ‘esperimento’ attraverso il quale 5 architetti e designers di Detroit (Ellie Abrons, Sift, Catie Newell, Thom Moran) hanno voluto immaginare e attuare nuovi usi, nuove pratiche per fronteggiare la peculiarità della ex Motor Town americana, il vuoto urbano, l’enorme quantità di terreni ed edifici abbandonati che costituiscono il corpo della metropoli statunitense.

L’apporto statunitense a questa biennale mi è parso particolarmente significativo:                il padiglione degli Stati Uniti ai Giardini, tra i migliori quest’anno, mostrava un’interessante installazione dove i pannelli appesi, abbassati per essere letti dai visitatori, mettevano in moto un sistema di fili che permetteva di risalire alle pratiche urbane e alle motivazioni socio-economiche che guidavano i progetti esposti:                                                                  una soluzione semplice ma efficace, ben legata all’idea di ‘cambiamento dal basso’ che suggerivano i diversi progetti.                                                                                                    All’Arsenale invece il confronto-raffronto, ‘Five North American Architects’, tra 5 studi di architettura di U.S.A. e Canada, tra questi Patkau Architects, Stanley Saitowitz / Natoma Architects e Steven Holl Architects, basato sulle riflessioni sviluppate in occasione di un seminario tenuto dallo storico dell’architettura Kenneth Frampton alla Columbia University nel 2010, avviene sul terreno comune di ricerca della ‘luce come generatrice di spazio, dell’ invenzione tipologica come risposta al dato topografico e dell’importanza dei materiali nell’espressione della forma costruttiva’. Divisi per ‘tema’ all’interno di 3 spazi pentagonali i progetti mostrati su schermi evidenziavano la diversità di risposte possibili a riflessioni comuni.

'Spontaneous Interventions: Design Actions for the Common Good' _Unites States Pavillion, Venice Biennale 2012

‘Spontaneous Interventions: Design Actions for the Common Good’ _Unites States Pavillion, Venice Biennale 2012

Un’ ultima nota va sicuramente al Padiglione del Giappone:                                                         intitolato ‘Architecture. Possible here? Home-for-all’ e curato da Toyo Ito, con la partecipazione del fotografo Naoya Hatakeyama e degli architetti Kumiko Inui, Sou Fujimoto e Akihisa Hirata, mostra la riflessione sul lascito del terremoto e dello tsunami del 2011. Le immagini dell’area di Rikuzentakata, prima e dopo il disastro, alle pareti del padiglione avvolgono i visitatori, mentre l’esposizione mostra una serie di modelli della ‘Home for All’, una casa comune pensata e sviluppata per i cittadini del luogo che hanno subito la perdita della propria casa e delle proprie attività lavorative.                                        Elemento unificante dello spazio interno e dei progetti, i tronchi di cedro recuperati dopo lo tsunami e portati anche a Venezia, ed assunti come materiale di un ‘abaco architettonico’ suggeriscono l’idea di ricostruzione come recupero, come ritorno ad un legame con la natura, come catarsi della comunità dopo la catastrofe, ovviamente in un’ ottica di sostenibilità.                                                                                                                           Meritata anche in questo caso la premiazione con il Leone d’oro.

'Architecture. Possible here? Home-for-all' _ Toyo Ito, Japan Pavillion, Venice Biennale 2012

‘Architecture. Possible here? Home-for-all’ _ Toyo Ito, Japan Pavillion, Venice Biennale 2012

E’ stato segnalato da più parti come le recenti Biennali non rappresentino eventi particolarmente memorabili o innovativi nell’ambito dell’architettura e dell’arte in generale: giudizio valido anche per la Biennale targata Chipperfield, a cui però va dato il merito di aver limitato i personalismi, le esibizioni in favore di un lavoro concreto, condiviso, reso accessibile e comprensibile alle masse di visitatori che affollano questi eventi.

Resta aperto, a mio avviso, l’interrogativo sul padiglione Italia ai Giardini, curato da Luca Zevi: con un curatore nominato a pochi mesi dall’apertura dell’esibizione, secondo un’abitudine italiana che ogni anno si rinnova, il padiglione ha mostrato un’interessante retrospettiva sulla figura culturale e imprenditoriale di Adriano Olivetti e su alcuni significativi progetti legati alla storica società di Ivrea, ma risulta debole nel legare questa importante figura allo scenario auspicato di un futuro green per la società e l’economia italiana, attraverso le aspettative riposte nella futura Expo 2015 di Milano.                       Expo che al momento è quasi unicamente sulla carta, così come un ipotetico piano per rilanciare il nostro paese con il traino della ‘Green Economy’.

Esterno del Padiglione della Germania _ Venice Biennale 2012

Esterno del Padiglione della Germania _ Venice Biennale 2012

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One thought on “COMMON GROUND _ L’umore ‘inglese’ della Biennale di David Chipperfield

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