Universi alternativi e architetture ipotetiche


Sono un grande appassionato della serie televisiva di fantascienza ‘Fringe’, ideata dalla Fox, e trasmessa, in Italia, dal lunedì al venerdì su Italia 1. Il telefilm gode di un buon cast (Joshua Jackson, John Noble, Anna Torv, e aggiungiamoci Leonard Nemoy, l’indimenticato Spock di Star Trek) della regia di J.J. Abrams (Alias, Lost) e di una sceneggiatura abile, in grado di fondere fantascienza, spy story, poliziesco.

Uno dei punti di forza della serie, anche se elemento forse non originalissimo, è l’introduzione di un universo parallelo e alternativo, simile ma peculiarmente diverso rispetto al nostro, che viene scoperto ed esplorato nello sviluppo della storia: poichè questo vorrebbe essere un blog di architettura non mi dilungherò nel raccontare le divergenze tra le due realtà dal punto di vista storico o politico, così come il divario tecnologico che i due mondi mostrano o le teorie scientifiche ‘di confine’ (‘fringe’ appunto) poste a fondamento di tale concezione, concentrandomi invece sull’aspetto delle location dove si svolge l’azione.

La finzione narrativa ha infatti come base principale la Boston delle istituzioni scientifiche, il campus del Mit principalmente, ma nel passaggio alla realtà alternativa l’ambientazione si sposta a New York, dove è più facile mostrare le peculiari divergenze tra i due mondi.

Una delle scene più emozionanti (dalla quarta serie) ci mostra infatti una Grande Mela inaspettata: la vista della città da Brooklyn mostra infatti le Twin Towers del World Trade Center di Minoru Yamasaki ancora svettanti nello skyline della città.                                                                                                                                                  Ma la vera sorpresa sorge accanto.                                                                                             Tra le torri e il ponte di Brooklyn l’alternative New York di ‘Fringe’ ci mostra infatti realizzato il celeberrimo Grand Hotel, progettato dall’architetto catalano Antoni Gaudi nel 1908, ma mai costruito nella realtà. La fiction televisiva oggi colma questa lacuna mostrandocelo in tutta la sua imponenza nel contesto urbano, secondo la maniera di un fotografo come Dioniso Gonzalez e le sue note vedute di una Venezia ‘possibile’.

‘Fringe’_ New York alternativa o New York ‘possibile’

Dioniso Gonzalez _ Gardella Restated, The House of the Zattere

Il lavoro di Gonzalez, rapportato ad una realtà urbana concepita (fallacemente) come immutata ed immutabile quale quella veneziana, potrà sembrare più dirompente o più provocatorio; non a caso New York può essere vista come una città ‘giovane’ che ha fatto, e fa tuttora, del cambiamento, del rinnovare continuamente se stessa una propria caratteristica.

Ma quello che ha stimolato in me la fantascienza, o fantastoria in questo caso, di ‘Fringe’ è un interrogativo di diverso tipo: come sarebbe cambiata in un secolo l’estetica del mondo occidentale se una tale opera fosse stata effettivamente realizzata?

Antoni Gaudì _ Grand Hotel o Hotel Attraction, 1908 New York

E’ infatti lecito supporre che la costruzione di questa torre, destinata nel 1908 con i suoi 360 metri di altezza a divenire la più alta costruzione del mondo, avrebbe offerto all’universo del design e dell’architettura un significativo riferimento formale.
Analogamente a quanto successo realmente con la costruzione del Woolworth Building nel 1913 o della Life Insurance Tower il raggiungimento formale di questi edifici, e secondariamente la loro altezza, divennero un riferimento obbligato per i futuri progetti di grattacieli: la composizione tripartita con lo zoccolo o basamento, la snella torre ed il coronamento cuspidato o risolto riferendosi al campanile o all’architettura sacra in genere, furono elementi più o meno imprescindibili nelle moderne torri per uffici almeno fino alla prima metà degli anni 30. Complice la Zoning law del 1916, che fissò per legge l’obbligo dell’elevazione a gradoni, questa forma denota la maggior parte dei grattacieli, fino all’Empire State Building. Bisognerà aspettare almeno fino alla fine degli anni 30, con il completamento dell’ RCA Building del Rockefeller Center per assistere all’esordio di una nuova concezione formale dell’edificio alto, lo slab o lastra (negli anni ’60 con i nuovi grattacieli a completamento del Rockefeller Center si conierà anche il termine, spregiativo, di ‘tombstone’ pietra tombale).

Difficile quindi ipotizzare che la realizzazione di un edificio formalmente così straordinario come il Grand Hotel di Gaudì non avrebbe influenzato pesantemente il design dei grattacieli che ne sarebbero seguiti: ecco quindi che, a differenza della visione di ‘Fringe’ dove l’opera gaudiana appare come una bizzarria in un contesto alquanto simile alla realtà, io immaginerei una New York possibile in cui l’architettura più recente mostra l’influenza dello spirito tormentato del maestro catalano.                                                                               Si potrebbe immaginare uno sviluppo dell’estetica architettonica maggiormente improntato alla forma fluida dell’Art Nouveau o del Modernismo catalano, un eclettismo formale del grattacielo influenzato anche dai successivi sviluppi dell’espressionismo europeo: in qualsiasi modo possa essersi evoluta la storia sicuramente ci troveremmo di fronte ad un’ architettura completamente diversa, così come sarebbero conseguentemente diversi i nostri parametri di giudizio.

Concludo riferendomi ad un film di culto, Blade Runner, capolavoro del 1982 di Ridley Scott: si tratta di un film che utilizza abilmente l’architettura e ne applica alcuni aspetti per costruire una fortissima immagine di futuro distopico.                                                Impossibile non notare come la Los Angeles ipotizzata nel film sia intrisa di un estetica high tech declinata con una sensibilità romantica, decadente e ‘gotica’. Una realtà urbana dove tubature, apparecchiature tecniche soffocano gli edifici, li avvolgono, li coprono ma anche una città futura fatta di visioni ‘antiche’, ancestrali, dove le piramidi-grattacielo della Tyrell Corporations dominano il paesaggio (non a caso nel film è utilizzata la Ennis House di Frank Lloyd Wright, creazione emblematica di una fase creativa del maestro americano che guardava alle radici profonde della civiltà americana, alla cultura maya e azteca).                    Questo a mio avviso rientra, con le dovute cautele, nell’ambito degli universi possibili:  Scott immagina il futuro in cui ambientare la sua storia a partire da alcuni elementi che noi percepiamo come secondari ma che nella finzione cinematografica diventano caratteristiche preponderanti di una realtà.

Blade Runner _ La Los Angeles del 2019

La fantascienza, quindi, ci insegna che cambiare anche un minimo dettaglio del passato può portare a cambiamenti e conseguenze inimmaginabili: non costruire o costruire un edificio cambierebbe tutto.

Un’ ultima nota: probabilmente in questo universo ‘possibile’ persino io accetterei più volentieri sia la Torre Agbar di Jean Nouvel a Barcellona (omaggio gaudiano più o meno esplicito) sia la Swiss Re Tower di Norman Foster a Londra.

Jean Nouvel_ Torre Agbar, Barcellona (ES)
Norman Foster_ Swiss Re Tower, Londra (ENG)

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2 thoughts on “Universi alternativi e architetture ipotetiche

  1. Io credo che in Italia si pensi un po’ troppo alla storia, peraltro spesso senza una conservazione adeguata delle meraviglie che abbiamo. Ma questo guardare troppo al passato, molto spesso non ci consente di andare avanti, e guardare al futuro, sperimentando e dando valore a nuove arti e nuove visioni

  2. Condivido… diciamo che in Italia giustamente dovremmo sforzarci di coltivare una sensibilità particolare nei confronti dell’operare con la storia. Lo dobbiamo all’immenso patrimonio artistico e soprattutto paesaggistico che ancora conserviamo. E’ indubbio infatti che molto spesso si agisce senza cognizione di causa nella trasformazione della città e del territorio; dall’altro lato mi colpisce sempre come in Spagna o portogallo (generalizziamo pure, nel resto d’europa) si riesca a creare architettura di qualità che riesce a porsi in relazione con l’esistente. Credo che coscienza dei propri mezzi e coscienza della propria contemporaneità (nel senso di operare secondo i bisogni e i mezzi del proprio tempo) garantiscano maggiore onestà e qualità di tante speculazioni teoriche sul valore dell’antico e della conservazione.

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