Architetture portoghesi: Alvaro Siza Vieira


“Qui sul bordo della spiaggia, muto e contento del mare,                                                            senza nulla più che mi attragga, ne nulla da desiderare,                                                       farò un sogno, avrò il mio giorno, chiuderò la vita,                                                                     e mai  cadrò in agonia, poichè dormirò all’istante.

La vita è come un’ ombra che passa sopra un fiume                                                                   o come un passo sul tappeto di una stanza che giace vuota;                                                     …                                                                                                                                                            Solo, nel silenzio circondato dal suono brusco del mare,                                                            voglio dormire quieto, senza nulla da desiderare,                                                                        voglio dormire nella distanza di un essere che mai fu suo,                                                         toccato dall’aria senza fragranza della brezza di qualsiasi cielo.”                                             (Fernando Pessoa, ‘Qui sul bordo della spiaggia, muto e contento del mare’)                                                                  

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Mi permetto di scomodare alcuni versi del grande poeta lusitano Fernando Pessoa, per parlare di un altro grande artista portoghese, l’architetto Alvaro Siza Vieira: da un maestro del linguaggio poetico ad un maestro del linguaggio architettonico, che spesso è stato accostato al poeta di Lisbona, non solo per la comune appartenenza alla cultura ed al popolo portoghese.

Non a caso, proprio quest’anno in occasione della Biennale di Architettura di Venezia diretta da David Chipperfield, è stato assegnato a Siza il Leone d’oro alla carriera.                   ‘Perché ho la dimensione di ciò che vedo e non la dimensione della mia altezza’, così esordiva la motivazione della Giuria internazionale, citando ‘Il libro dell’inquietudine’ di Pessoa, per darci l’idea di un’ architetto che ha fatto e continua a fare della coerenza e dell’umiltà un tratto distintivo, la garanzia di un’opera di grande qualità che non cede alle mode o alle lusinghe professionali.

Siza e Pessoa. L’architetto del modernismo portoghese, la figura più rappresentativa della ‘Scuola di Porto’ assieme al maestro Fernando Tavora, e il poeta delle eteronimie, della frammentazione dell’Io.

Rafael Moneo, nel capitolo dedicato a Siza del libro ‘Inquietudine teorica e strategia progettuale nell’opera di otto architetti contemporanei’, traccia un interessante parallelo tra le due personalità: entrambi cercano, per l’architetto e teorico spagnolo, di convincerci che ‘non sono loro ad agire, che si limitano semplicemente a svelare ciò con cui ci sorprendono’. In questo senso andrebbe letta la qualità più volte sottolineata nell’opera di Alvaro Siza, quella capacità di creare arte dagli accidenti, di nutrire la sua architettura con l’essenziale, di rispondere creativamente all’imprevisto, al contingente. Mi permetto di aggiungere che vi è anche un certo fatalismo, per me particolarmente forte in Pessoa ed evidente anche in Siza, anche se si potrebbe definire ‘possibilismo’: se per il poeta lusitano l’accettazione del divenire inesorabile, la coscienza della vanità di ogni cosa coincide con la scoperta del vero Io, del nulla che è l’individuo per l’architetto bisogna invece parlare della cristallizzazione dell’attimo, dell’atto di fermare il tempo per rendere evidente il suo agire.

In questo senso, niente, nell’architettura di Siza, reclama la condizione dell’inevitabilità.  Sempre secondo Moneo, con le architetture di Siza, godiamo del loro carattere ‘potenziale’, poichè necessitano dell’apporto, del completamento da parte dei fruitori.                     Proprio a maggio di quest’anno ebbi l’occasione di visitare una delle prime opere dell’architetto portoghese, la Casa do Chà a Boa Nova, il ristorante-casa da tè realizzato nei primi anni ’60 ai margini della città di Porto, in riva all’oceano. Il celebre edificio, memore della lezione di Wright e di Aalto, saldo su una piattaforma rocciosa protesa nelle acque burrascose dell’Atlantico, era però malinconicamente vuoto, abbandonato, preda del degrado e degli elementi. Come nei versi di Pessoa, i passi eccheggiavano sul pavimento della sala deserta, silenziosa: tuttavia, è lecito sperare che la piccola costruzione, non diventerà mai una rovina, che sarà recuperata proprio nel momento in cui si rischiava di perderla, permettendo a chi la frequenterà, tra qualche anno, di sedersi ad un tavolo a chiaccherare o pranzare, ammirando il mare che si infrange sugli scogli.

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Pessoa, il poeta delle eteronimie, il poeta che ha creato altre identità per parlare di sè attraverso la propria opera, lo scrittore che lascia che altri scrivano e agiscano per suo conto, e Siza, l’architetto che lavora con la realtà, che lascia ai fruitori delle proprie opere la facoltà di usarle, trasformarle, anche abbandonarle.

Quest’ultimo è un tratto che, non raramente, emerge andando a visitare anche altre opere di Siza: è quello che succede a Evora, con il quartiere popolare di Quinta da Malagueira, dove l’architetto ‘sparisce’, traccia l’impianto, regolare e geometrico, preso a prestito dalla città stessa, definisce una struttura generale lasciando che il contingente, le trasformazioni attuate dagli abitanti stessi alle proprie abitazioni, definisca il carattere del luogo.

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Ed è quello che è successo per vari decenni con l’insediamento di alloggi popolari Saal in Rua da Boa Vista a Porto, dove quello che a lungo rimase come abbozzo del più ampio progetto per l’area ‘subì’ trasformazioni e adattamenti, operati dagli stessi abitanti.      Recentemente, ancora con l’apporto degli inquilini, dei fruitori, alcuni lì presenti ancora dagli anni ’70, Siza ha rimesso mano a questo brano di città, portando a compimento il progetto, parzialmente riveduto e ricalibrato per rispondere ai tempi attuali e a certi cambiamenti della struttura urbana: quello che colpisce è l’abilità di Siza nel costruire un’abile scenografia, una quinta urbana, sottolineata anche dal muro che chiude i corpi a pettine delle abitazioni e le protegge dalla linea ferroviaria alle spalle. Opportunamente ‘bucata’ la barriera vede apparire passanti, persone di passaggio che si trovano ad attraversare queste corti in cui i bambini giocano sulla terrazza elevata o, in basso, tra la successione di strette scale che salgono alle abitazioni.                                              L’architetto Siza ancora una volta ha impostato la scena, ha allestito la scenografia;             gli attori possono prenderne possesso e farla vivere.

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Ora torno per un attimo ancora all’oceano, all’Atlantico, che del resto è l’orizzonte portoghese per eccellenza, quello che storicamente è stato un vero e proprio salto nel vuoto per naviganti ed esploratori ed una magnifica possibilità, un territorio di conquista.                Il mare salato, nel quale si riversavano le lacrime delle madri del Portogallo in pena per i figli lontani (F.Pessoa, ‘Mare portoghese’), che infrange le proprie onde sulle spiagge e le rocce di Boa Vista.                                                                                                                           Qui, a poche centinaia di metri dalla Casa de Chà, sorge, ma sarebbe meglio dire, ‘emerge’ un’altra famosissima opera di Alvaro Siza, le Piscine di Leca de Palmeira, realizzate tra il 1958 e il 1963:                                                                                                                                       Frank LLoyd Wright ritorna nuovamente nella cultura progettuale di Siza, così come l’insegnamento del ‘quasi nulla’ di Mies Van der Rohe.                                                                 I muri in calcestruzzo, resi quasi della stessa grana della sabbia, disposti parallelamente alla costa, definiscono discese, passaggi, spazi e si uniscono al legno, scuro e grezzo, delle coperture e dei serramenti, quasi frugali e provvisori, come le dimore di vecchi pescatori.  Si scende dal livello della città, dal suo frastuono e dal continuo ammassarsi di palazzi fino sul bordo del mare, e si ritrova il silenzio, si rimane sospesi per poco,  poi si esce ed emerge il suono brusco del mare che si stende davanti a noi, imperturbabile.                            Visitare le piscine quando ancora non era aperta la stagione della balneazione, è stata un’ emozione unica poichè gli spazi erano silenziosi, fermi in attesa che la gente tornasse ad attraversarli, ad utilizzarli.                                                                                                              Davanti a noi si apriva l’orizzonte e l’oceano, dietro lasciavamo un architettura semplice, fatta di poche cose, le più essenziali, quello che serve a guidare il passo, a racchiudere uno spazio, a proteggerne il contenuto:                                                                           un’architettura che non è tanto un atto di resistenza contro la natura, contro la forza dell’oceano, quanto un voler tacere di fronte ad uno spettacolo più grande.

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‘È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.’ (F.Pessoa)

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