Daniel Libeskind _ Dall’intellettualismo decostruttivista all’ ‘avanguardia’ da centro commerciale


A vedere la parabola professionale di Daniel Libeskind non può che sorgere una domanda, forse scontata. Quanto conta oggi nel panorama architettonico internazionale la portata teorica del lavoro dell’architetto?

Quanto conta soprattutto per un architetto noto inizialmente per il suo apporto intellettuale al mondo dell’architettura, indicato come figura ‘colta’ tra le archistar contemporanee ma comunque ‘costretto’ a misurarsi con una committenza eterogenea, non riducibile al solo ambito culturale o istituzionale, specie quando il successo amplia le possibilità e la dimensione dei lavori dello studio.

A fronte di questo il valore architettonico delle opere ne risente? E soprattutto le speculazioni teoriche, il significato ‘artistico’ dell’opera che ruolo riescono a mantenere?

La risposta è probabilmente ‘nessun ruolo’. E sicuramente la questione l’ha capita benissimo l’architetto americano di origine polacca, il quale, non a caso, non ha più realizzato, o quasi, opere di una qualche rilevanza architettonica, dal 1998, anno di inaugurazione del Museo ebraico di Berlino.

Se Libeskind fosse un attore holliwoodiano bisognerebbe dire che il successo eccessivo e repentino di un singolo film ha finito per intrappolarlo in una bolla mediatica: il risultato è la sterilizzazione della sua ricerca espressiva e stilistica in un repertorio di clichè e formalismi adattabili ad ogni uso; contemporaneamente il valore mediatico, e monetario, del marchio Libeskind è schizzato a livelli astronomici.

Tuttavia, anche se probabilmente si trattava di una visione eccessivamente ottimistica, la rilevanza ottenuta dal progetto e dalla felice realizzazione dello Judishes Museum a Berlino non pareva allora ingiustificata: linguaggio architettonico, organizzazione spaziale, strutturazione e ‘racconto’ del percorso di visita, significato dell’opera sembravano aver raggiunto con il museo berlinese un notevole risultato di coerenza e rilevanza.

Si poteva perdonare a Libeskind persino un certo eccesso di intellettualismo, quello riposto nell’astrusa giustificazione che collegava la geometria spezzata dell’edificio alla decostruzione del simbolo giudaico della stella di david, poichè l’esperienza di visita al museo si rivelava densa di accadimenti ed emozioni.

Daniel Libeskind_Museo Ebraico di Berlino

Visto oggi il museo mantiene, a mio avviso, la sua aura di opera innovativa, significativa, sicuramente radicale, ma la collocazione al fianco delle successive opere dell’architetto polacco-statunitense risulta quantomeno imbarazzante e difficoltosa.

Il successo dell’opera ha aperto la strada a Libeskind di una moltitudine di nuove commissioni tra cui molti musei, ebraici ovviamente, e molti edifici commerciali, siano essi grattacieli per uffici, centri d’acquisto e per il tempo libero, edifici residenziali.

Uno di questi, il WestSide Center a Berna, Svizzera, acquisisce ai miei occhi il ruolo di opera paradigmatica del Daniel Libeskind attuale: messa da parte ogni velleità intellettuale, del resto a Libeskind manca la volontà di un Eisenmann, in grado di ammantare di un’ aura filosofica, trascendentale anche la peggiore porcheria, egli prosegue dispensando il proprio stile personale in realizzazioni di squisito carattere speculativo.

D. LIbeskind _ WestSide Center, Berna (Svizzera)

Se il museo ebraico di Berlino si caratterizzava per essere, in qualche modo, ‘narrazione’, nella sua struttura di percorso tortuoso della storia di un popolo, trasposto fisicamente in architettura, oggi possiamo osservare come dall’architettura di Libeskind sia sparito il racconto per un ‘esposizione di puri e semplici, spettacolari eventi.

Daniel Libeskind_Museo di Arte Contemporanea, Milano

Il Museo di Storia Militare di Dresda, Germania, inaugurato recentemente, è l’ultimo in ordine cronologico di questi ‘eventi’: la lama gigantesca che ‘sventra’ lo storico edificio neoclassico è l’ happening architettonico che Libeskind ha predisposto per rivitalizzare l’immagine tradizionale dell’istituzione museale.

D.Libeskind _ Military History Museum, Dresda (Germania)

“Non era mia intenzione preservare la facciata del museo e inserire un nuovo elemento architettonico “invisibile” sul retro dell’edificio. Io volevo creare uno stacco audace, una dislocazione fondamentale per penetrare l’arsenale storico e dar vita a una nuova esperienza”. Considerando le parole dell’architetto e il complesso programma museografico dietro questa nuova opera sembrerebbe che un significato, al di là del feticismo da oggetto di design avanguardistico, sia presente: in questa realizzazione sembra emergere una complessità semantica che sembrava scomparsa in molte recenti opere di Libeskind e pur tra qualche ambiguità, l’abilità di dar forma a musei della memoria dell’architetto americano è qui confermata. Va da sè comunque che il decostruttivismo di Libeskind sia privo della violenta anarchia di Eric Owen Moss o dell’enfasi tecnologica di Coop Himmelb(l)au, rasentando spesso il facile formalismo.

Le opere, a mio avviso, più riuscite di Libeskind, come il Museo Ebraico di Berlino ed il Felix Nussbaum Museum, dimostrano come l’architetto americano riesca ad ottenere risultati di forte intensità attraverso il violento accostamento di figure spezzate, volumi ciechi ed enigmatici, contrapposizioni formali radicali ma segnate comunque da una certa finitezza delle architetture:

Libeskind privilegia sempre un approccio fortemente volumetrico, dispiega forme geometriche definite abilmente composte, ‘accatastate’, incastrate in concatenazioni di notevole complessità e audacia. Composizioni in cui il dato costruttivo è assolutamente secondario rispetto a quello formale.                                                                                                 A Berlino l’estensione rivestita di titanio si allunga nel parco a lato dell’edificio barocco preesistente, sembra sfuggire al collegamento nascondendo il percorso di visita nel livello sotterraneo; nel Nussbaum Museum il contrasto con l’edificio preesistente si esprime nella composizione ‘accidentale’ di volumi matericamente differenziati, rivestiti in legno, titanio o resi in calcestruzzo faccia-vista.

Daniel Libeskind_Felix Nussbaum Museum

Tralasciando per un attimo il grande dispendio formale profuso da Libeskind per il progetto CityLife nell’area ex Fiera di Milano (in collaborazione con Zaha Hadid, Arata Isozaki, Andrea Maffei) con risultati non esaltanti, dalle residenze ‘in pericolo di crollo imminente’ al grattacielo curvo trafitto dal nucleo verticale degli ascensori, mi sembra chiaro come la proposta architettonica dell’archistar soffra di debolezza quando è da cogliere nella sua autonomia:

per chiarire il concetto essa trae forza dal confronto/contrasto con la preesistenza storica, acquisisce pieno significato quando si relaziona con qualcosa d’altro declinando la propria autonomia formale come risposta al contesto.

Troppo spesso, come dimostrano i progetti ‘commerciali’ di Daniel Libeskind, questa estraneità formale al luogo di progetto diventa invece, solo e unicamente, uno sfoggio di stile avanguardistico fine a se stesso.

Qui sotto alcuni link relativi all’opera di Libeskind:

http://daniel-libeskind.com/

http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/10/110542.html

http://www.city-life.it/it/

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3 thoughts on “Daniel Libeskind _ Dall’intellettualismo decostruttivista all’ ‘avanguardia’ da centro commerciale

  1. Che Daniel Libeskind sia uno degli architetti più importanti del nostro tempo è indubbio. Mi chiedo però se la sua immediata resa sia più una presa di coscienza della realtà del mercato “architettura”. Probabilmente ha capito cosa “funziona”, e l’ha riproposto. La Freedom Tower è l’esempio perfetto di questa tendenza: una torre che ammiccava a tutti i luoghi comuni del sentire americano…

  2. credo che la figura di Libeskind sia alquanto ambigua. Al di là dell’interesse ‘formale’ di molte sue opere e riconoscendo che almeno alcune permettono vari livelli di lettura (il Museo Ebraico di Berlino sicuramente) coltivo il sospetto (ma forse è una certezza) che aleggi un vuoto quasi assoluto attorno alla sua produzione architettonica. L’exploit commerciale delle opere di Libeskind è palese in tal senso come tu stesso hai rilevato: sul progetto per Ground Zero sono più cauto ma unicamente perchè c’è da scegliere tra il nulla assoluto del progetto in realizzazione e il nulla ‘travestito’ della proposta di concorso. Ma questo ha probabilmente ben altre spiegazioni, relative alla specificità culturale della società americana (rimando per questo a ‘La città americana dalla guerra civile al New Deal’ di M. Tafuri, G. Ciucci, F. Dal Co, M. Manieri-Elia)

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