Activism in architecture _ Welfare and Community Landscapes


Lotus 145 _ maggio 2011

C’è da dire che il tempismo non è il mio forte ma al di là della ‘novità’ o meno del numero di Lotus in questione conta, come sempre, la valenza del contenuto, valore che investe anche l’ultima Biennale veneziana di Architettura, quella ‘People meet in architecture’ curata da Kazuyo Seijima dello studio Sanaa.

Risale infatti ormai al maggio scorso questa uscita della rivista, che colpevolmente  mi era sfuggita al tempo e che ho scoperto, con gioia, recentemente: mi ha confermato infatti alcune positive impressioni sulla Biennale d’architettura 2010 e l’interesse per il panorama architettonico di alcuni paesi emergenti, nella convinzione che spesso l’occidente ha più da imparare che da offrire al resto del mondo.                                                                                      ‘Activism in architecture’ è forse un pò sensazionalistico come titolo ma ha il merito di porre l’accento su una valenza sociale che l’architettura non ha mai perso ma che negli ultimi anni è stata un pò nascosta, specie di fronte all’orgia formalistica che ha invaso le città occidentali e asiatiche a nome dello star system architettonico.

‘Fare grandi cose con piccoli interventi sviluppati in un contesto reale, in un rapporto concreto con la situazione data e per risolvere un problema condiviso, è paradossalmente diventata per l’architettura una novità che riscuote un’attenzione inaspettata.’                       Novità o meno infatti, il numero 145 della rivista internazionale ‘Lotus’, uscito nel maggio 2011, offre uno spaccato ricco di realizzazioni significative, localizzate in paesi emergenti come Colombia, India, Sud Africa e Cina.

Chi abbia visitato la Biennale del 2010 avrà sicuramente notato come la dimensione fattiva, concreta dell’architettura fosse maggiormente presente, meno marginale soprattutto se confrontata con l’eccesso e la vacuità delle installazioni ‘artistiche’ della mostra 2008, targata Aaron Betsky: ad esempio la dimensione da laboratorio artigianale d’altri tempi, con strumenti e modelli, infissi in legno, bozzetti in creta che caratterizzava il padiglione di Mumbai Architects all’Arsenale riportava l’attenzione su una dimensione dell’architettura lontana da grandi capitali, tecnologie avanzate, avanguardia formale, centrata sulla sapienza costruttiva, sul dettaglio, su valori ‘antichi’.

Mumbai Architects _ L'atelier alla Biennale 2010, Corderie dell'Arsenale,Venezia

Studio Mumbai, Noero Wolff Architects, Peter Rich Architects, Mazzanti Arquitectos, Alejandro Aravena, firme che hanno esposto alla Biennale veneziana (ma hanno anche frequentato l’ambiente dello Iuav di Venezia, grazie ai Workshop estivi, come Peter Rich), sono i nomi che emergono in questa preziosa pubblicazione, autori di progetti che colpiscono non solo per la risposta adeguata a programmi sociali, a interventi di riqualificazione urbana (emblematico il caso della città di Medellin in Colombia) in ambiti degradati, difficili da un punto di vista socio-economico, ma anche per un notevole valore estetico.

Alejandro Aravena _ Elemental

Noero Wolff Architects _ Scuola Secondaria Inkwenkwezi, Cape Town (S.A.)

Alejandro Aravena _ S. Edward's Residence Hall, Austin (USA)

Giancarlo Mazzanti Arquitectos _ Parque Biblioteca Leon de Greiff, Medellin (COL)

Lo studio Noero Wolff Architects, basato a Cape Town, Sudafrica, e fondato da Jo Noero e Heinrich Wolff, aveva attirato la mia attenzione durante l’esibizione veneziana grazie ad una serie di progetti scolastici calati nel panorama complesso e difficoltoso dei sobborghi e dei ghetti metropolitani sudafricani, da Soweto a Delft:                                                         edifici di notevole ricchezza e articolazione spaziale, contraddistinti da soluzioni architettoniche di elevato valore formale, ambiti di socializzazione e di servizio per le comunità, esempi di quello che Pierluigi Nicolin definisce nell’editoriale di apertura ‘postmodernità etnografica’, quasi ad indicare la possibilità dell’architettura di rifondare valori e linguaggi operando con i mezzi e gli apporti culturali diversificati del luogo, e legandoli ad una dimensione collettiva, comunitaria da creare in contesti così frammentati.

Una dimensione emblematica acquisisce il ‘caso’ della città di Medellin, ancora pesantemente zavorrata alla triste fama di capitale mondiale del cartello della cocaina, di metropoli violenta e ingovernabile:                                                                                           nell’ultimo decennio l’amministrazione della metropoli colombiana ha avviato ambiziosi piani di recupero e riqualificazione, di implementazione di servizi collettivi, di creazione di una nuova dimensione pubblica nelle aree periferiche sorte senza pianificazione e segnate da abusivismo e degrado socio-economico oltre che urbano.                                                       L’interessante opera dello studio Mazzanti Arquitectos si colloca proprio in questo scenario, contraddistinta dalla volontà di misurarsi con il contesto e di determinare l’arricchimento della vita comunitaria:                                                                                                                       l’indeterminazione, il concetto di architettura aperta è inteso dai progettisti come modalità per la collettività, le persone di appropriarsi degli edifici, di partecipare all’uso, di riconfigurare gli spazi per altri usi a seconda delle mutevoli necessità comuni.

Chiude la rivista un ‘reportage’ su una Cina inedita, lontana dalla scintillante e superficiale modernità formale di Shangai, Pechino o Shenzen:                                                                      non a caso il 70% della popolazione cinese vive ancora in aree rurali, in insediamenti di limitata dimensione.                                                                                                                            Le opere di Li Xiaodong, base a Pechino ma formazione olandese, o della coppia Zhu Jingxiang e Xia Heng, a capo di un gruppo di ricerca dell’università di Hong Kong, mostrano come una formazione ed una dimensione professionale internazionale, attenta ai temi della sostenibilità ed una sensibilità contemporanea possano creare nel contesto rurale dell’immenso territorio cinese, al confronto con contesti storici significativi, risultati notevoli, segno di consapevolezza e sensibilità d’intervento.

La piccola gemma rappresentata dalla Bridge School a Xiashi, villaggio agricolo della provincia del Fujian, Cina sud-orientale, offre alla comunità una struttura ibrida, un ponte-abitato, dove le aule didattiche possono trasformarsi in spazio di gioco comune:                    la struttura in acciaio rivestita di lamelle di legno, configura al tempo stesso un passaggio e uno spazio collettivo, scavalcando un piccolo canale, e si pone in relazione con le storiche fortezze circolari della comunità Hakka, minoranza etnica che popola la zona.

Li Xiaodong _ Bridge School, Xiashi, Fujian (P.R.C)

Li Xiaodong _ Bridge School, Xiashi, Fujian (P.R.C)

Li Xiaodong _ Bridge School, Xiashi, Fujian (P.R.C)

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One thought on “Activism in architecture _ Welfare and Community Landscapes

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