SHAPING RELATIONS _ Surface and Subsurface


‘Surface / Subsurface’ una pubblicazione monografica sulla ricerca progettuale dello studio newyorkese Weiss & Manfredi Architects

“…urban landscape is largely built over now, so there aren’t many ‘pure’ sites anymore. The tabula rasa approach is no longer viable.

…We speak of recovering infrastructural sites in the sense of rediscovering them and discovering in them potentials to become part of an urban landscape.

We want to create linkages where separations now exist and slip in new uses that will integrate the site into a city’s network of public spaces.” (M. Weiss)

Marion Weiss e Michael Manfredi, rispettivamente laureati in architettura a Yale e alla Cornell University, sono i cofondatori dell’ importante studio Weiss & Manfredi Architects, con sede a New York, oltre che titolari di cattedra alla Princeton University.

Alla Princeton Architectural Press si deve infatti questa pubblicazione monografica, disponibile al momento in Italia solo in lingua inglese, edita nel 2008 e che va ad integrare una precedente uscita, risalente al 2000 e intitolata “Site Specific: the work of Weiss/Manfredi Architects”.

La chiarezza e, allo stesso tempo, l’ampio raggio di implicazioni contenute nelle asserzioni iniziali ci introducono pienamente nello spirito che guida la ricerca progettuale nel campo dell’architettura e dell’urban design del rinomato studio newyorkese Weiss&Manfredi.

La ricchezza e l’importanza di una simile ricerca progettuale, rilevante anche per la dimensione contenuta del team di lavoro che fa capo allo studio nel panorama professionale statunitense, emergono con chiarezza attraverso i progetti descritti in questa pregevole pubblicazione, molto accurata sia nella grafica, semplice ma ricca e accattivante, sia nei contenuti teorici. L’esposizione e la documentazione del lavoro progettuale dello studio concorrono a far emergere l’ampiezza di tematiche e la trasversalità delle discipline che coinvolgono l’attività di progettazione del duo di architetti americani.

Ampiezza e trasversalità poichè la ricerca architettonica di Weiss e Manfredi, così come emerge dai saggi introduttivi a cura di Mohsen Mostafavi e David Leatherbarrow o dall’intervista ai progettisti da parte del critico Detlef Mertins, si sviluppa in quel terrain vague indefinito che si situa ai margini disciplinari tra l’architettura, l’ingegneria, la land art, l’ecologia del paesaggio e cerca, con grande capacità di sintesi di così diversi apporti, di far emergere un nuovo modo di rapportare l’intervento architettonico e urbano con le specificità del sito.

Vi è in tal senso la continua ricerca di un orizzonte più ampio, sia nelle implicazioni del progetto sia nella ricerca dei ‘pre-testi’ a sostegno della trasformazione che verrà compiuta, tanto da rendere i progetti dello studio quantomai ibridi, operanti su livelli diversi da quello unicamente e specificamente architettonico.

Seattle (WA) _ Olympic Sculpture Park (© Weiss/Manfredi)

L’ Olympic Sculpture Park di Seattle testimonia brillantemente questa ibridazione concettuale trasposta poi in una realizzazione felicissima che ha portato lo studio ad una grande notorietà a livello internazionale: siamo infatti di fronte ad un’opera che è al tempo stesso progetto di recupero urbano, progetto di parco e di ‘paesaggio’, forte elemento di riconnessione urbana ed ambientale nel contesto fortemente dispersivo e a-relazionale della città americana.

Il parco mostra anche uno stretto rapporto con l’arte, nello specifico la land-art, sia a livello di elaborazione progettuale sia a livello di ‘trasformazione’ del sito vista la stretta collaborazione tra il team di progettazione e gli artisti (Richard Serra, Alexander Calder, Teresita Fernandez), questi ultimi impegnati nella creazione di opere ‘site-specific’, letteralmente quindi nate assieme al luogo destinato ad ospitarle.

Il progetto nasce infatti a partire dalla definizione di un padiglione espositivo per la scultura contemporanea del Seattle Art Museum ma la condizione particolare del sito, area post-industriale tagliata in tre parti dal passaggio di una strada e di un fascio ferroviario, spingono gli architetti ad elaborare una strategia aperta in grado di legare l’effettiva architettura (il padiglione) al parco e, in senso più ampio, al contesto urbano.

La Z che ne deriva connette, attraverso il padiglione elevato a nord del sito, la città di Seattle con le rive riqualificate della baia di Puget Sound, determinando una connessione fortemente dinamica che attraversa secondo inedite traiettorie diagonali il parco e consente così il superamento delle barriere costituite dalla strada e dai binari ferroviari.

Ibridazione, riconnesione, interazione sono concetti che riemergono nei diversi progetti.

New York (NY) _ Diana Center al Barnard College (© Weiss/Manfredi)

Recentemente completato, il Diana Center al Barnard College di New York, mostra, declinata in forma diversa nel contesto storico fortemente connotato del campus della Columbia University, la stessa filosofia programmatica. Esso è ancora una volta espressione di un approccio trasposto su vari livelli: volumetria e altezza assieme alla colorazione del sistema di pannelli vetrati di rivestimento indicano una attento e rispettoso inserimento nel sito ma sul lato interno del campus e nella gestione degli spazi interni emergono relazioni di tipo diverso, strettamente legate alla natura e all’utilizzo di studenti e visitatori, personale e professori e alla connessione con le aree verdi esterne.

La sezione dell’edificio mostra una successione discendente di spazi visivamente connessi dal livello terminale, una terrazza verde affacciata sul campus della Columbia fino al livello del terreno con i suoi spazi pubblici ed i percorsi pedonali: questo ‘svuotamento’ interno è splendidamente denunciato nelle ore notturne attraverso l’illuminazione interna che filtra dalle chiusure completamente trasparenti.

Sul lato nord, come contrappunto alla planarità del prospetto sud su Broadway, acquistano un tono eloquente i volumi aggettanti delle scale (memori evidentemente dell’analoga soluzione utilizzata da Alvar Aalto nei Baker Dormitory del M.I.T. a Boston) ad indicare non solo il ruolo dei collegamenti verticali nella vita interna del centro culturale, ma anche ad individuare una sequenza di spazi informali di socialità, aperti all’uso degli studenti e dei fruitori in generale.

Northampton (MA) _ Smith College Campus Center (© Weiss/Manfredi)

Il Campus Center allo Smith College di Northampton, nucleo urbano nel Massachussets occidentale, si misura con un tema progettuale simile al Diana Center, ma le specificità del sito determinano un esito peculiare.                                                                                                  Il campus appare oggi come l’esito non concluso dell’originario site plan elaborato da Frederick Law Olmstead: il progetto di Weiss e Manfredi interviene quindi inserendosi in un processo storico di trasformazione del luogo iniziato 136 anni prima e interrottosi, completando il disegno originale ma arricchendolo di nuove valenze.

L’edificio, dalla forma complessa e articolata, attua una mediazione tra due ambiti diversi del campus: attraverso la sua conformazione di passage-galleria si pone come ‘giunzione’ tra la parte residenziale e gli edifici istituzionali, sedi delle attività propriamente accademiche, configurandosi come collegamento trasversale all’interno dell’area dello Smith College.                                                                                                                                                Gli ambienti interni e gli spazi delle attività collettive convergono su di un grande atrio centrale, organizzato, tramite passaggi  e percorsi di ordine differenziato, su tre livelli:         la disposizione di arredi e attrezzature incoraggiano la fruizione e la sosta nella galleria, nel cafe, negli spazi di lettura.                                                                                                                 Il Campus Center viene così a creare uno spazio collettivo di relazione all’interno del College.

Ithaca (NY) _ Museum of the Earth (©Weiss/Manfredi)

Il Museo della Terra intreccia relazioni con la geologia del sito, rendendo visibile la stretta ma dinamica interdipendenza tra evoluzione geofisica e biologica, pensiero centrale nella mission della Paleonthological Research Institution, committente del progetto. La geomorfologia del luogo, la regione dei Fingers Lake, serie di laghi di origine glaciale e di formazioni moreniche a sud del Lago Eire, è assunta come elemento fondativo per il site design e la definizione dell’edificio stesso.                                                                                      Ancora una volta sito ed edificio si compenetrano.                                                                          L’arrivo al museo si configura attraverso una serie digradante di morene artificiali, delineanti aree di sosta e parcheggio, che hanno la funzione di convogliare le acque piovane verso un canale di depurazione, vero asse compositivo del museo.                                            Il canale ‘organizza’ una cascata di acqua che attraverso vasche su vari livelli, si insinua nelle corti definite dai due corpi emergenti del museo e si riversa in una delle numerose gole naturali, caratteristica saliente delle valli a nord dello stato di New York.                          Il museo supera la tradizionale distinzione tra sito e architettura, creando una nuova topografia, sintesi di naturale e artificiale, di modellazione del territorio e costruzione:          il paesaggio continuo, a terrazze che fonde architettura ed ecologia delinea un’espressione completa delle dinamiche geologiche implicate nella trasformazione naturale del territorio.

‘Non è più il tempo della tabula rasa’ afferma Marion Weiss. In un senso più generale quello che emerge dal lavoro di questi architetti è il superamento di una condizione di ‘autonomia’ e indipendenza dell’architettura.

Per Weiss e Manfredi, seppur a partire dal patrimonio formale del movimento moderno, si tratta di rimediare alla dicotomia posta in essere dal moderno tra architettura e contesto, tra architettura e paesaggio, tra architettura e ambiente non nel senso di una mimesi superficiale ma di una ricerca di significato e di relazioni profonde, operanti oltre i limiti fisici dell’edificio  o del terreno di progetto.

Surface e Subsurface, superficie e ‘sottosuperficie’ indicano appunto la volontà di rendere visibili, concretamente esperibili nella costruzione dell’architettura le implicazioni, le potenzialità, i materiali progettuali che ogni sito è in grado di offrire o che emergono dalla ricerca sul territorio privilegiando uno sguardo ampio, aperto ai contributi di settori diversi, non limitati al solo ambito architettonico o urbanistico.

E’ un passaggio importante, da un’architettura della ‘creazione’ ad un’architettura della trasformazione, della sintesi e della relazione.

Weiss & Manfredi
“Surface Subsurface”
Princeton Architectural Press, 2008
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