‘Rinascimento urbano’: la città secondo Disneyland.


Da molti è ritenuto la più importante teoria urbanistica elaborata negli ultimi 20 anni, per tanti è la più giusta cura ai ‘mali’ della periferia urbana contemporanea, per alcuni è l’ennesima illusione romantica di ripristinare la ‘dimensione’ tradizionale della città:

mi sto riferendo al cosiddetto movimento anglosassone del ‘New Urbanism’ ed alla sua controparte italiana-europea ‘Rinascimento Urbano’.

Vi è fin dalla denominazione di questo movimento e anche nella caratura intellettuale di alcuni suoi esponenti, Leon Krier su tutti, una grande carica di suggestione, di speranza di nuova bellezza che talvolta rischia di coprire l’inconsistenza e le contraddizioni insite nel messaggio e nella prospettiva offerta.

L’enfasi posta sulla ‘scala umana’ dell’insediamento, sull’ estetica ‘rispettosa’ della tradizione, stilistica e costruttiva, del luogo possono sembrare concetti doverosi, obbligati del fare architettura o urbanistica nell’epoca moderna e contemporanea così come lo sono stati, si ritiene, nel passato.

Il primo cortocircuito ‘teorico’, infatti, lo abbiamo già in questo passaggio:

vi è in questa visione sia un retaggio tradizionalista che porta ad identificare, in architettura ma si potrebbe dire lo stesso di altre forme d’arte come la pittura e la scultura, con l’arte ‘antica’ una forma unica di bellezza connotando in negativo ciò che è espressione della contemporaneità, sia una sopravvalutazione dei caratteri di qualità (qualità di vita, privata e sociale, e qualità di democraticità dello spazio) dei tessuti storici e una voluta omissione di molti fattori che concorrono a determinare la forma urbis o i singoli caratteri insediativi in dati periodi storici.

Dice giustamente Bernardo Secchi, uno dei massimi urbanisti italiani, che ‘il giudizio estetico sulla città è quanto di più difficile; esso si basa infatti su ‘immagini’ strettamente personali (o condivise da gruppi culturalmente omogenei) come il centro storico di Torino o quello di Siena: deve essere chiaro, tuttavia, che queste ‘immagini’ sono il frutto di culture e società diverse dalla nostra. E quindi, pur considerandole belle, pur considerandole tali da dover essere conservate e salvaguardate, noi dobbiamo riuscire ad elaborare spazi altrettanto belli, ma che siano il prodotto della nostra cultura, della nostra civiltà, delle nostre tecniche, dei nostri modi di praticare la città.

Vi è condensato in questo breve passaggio il richiamo ad un doveroso allontanamento da logiche appartenenti al passato ed allo stesso tempo una forte esortazione a trovare adeguatata espressione architettonica e urbana alla complessa società attuale.

Tornando al ‘New Urbanism’ appare indubbio quanto la critica al modernismo ed alle espressioni architettoniche della contemporaneità, così come principalmente alla città pianificata del moderno o all’attuale condizione metropolitana o megalopolitana trovino oggettivamente terreno facile di sostegno popolare nell’offerta di una risoluzione, sembra definitiva, dei problemi e delle complessità insite nella dimensione urbana contemporanea.

Ma è proprio a questo punto che a mio avviso emergono i grandi limiti delle realizzazioni effettive sorte sulla spinta delle teorie del New Urbanism: limite dimostrato dal fatto che la risoluzione della complessità non si traduce in una nuova sintesi, una sintesi ‘costruttiva’ dei fattori agenti simultaneamente nella dimensione urbana contemporanea ma nella loro ‘anestetizzazione’.

Eppure, le realizzazioni fin qui note del movimento, dalla Poundbury di Leon Krier a Borgo Città Nuova ad Alessandria fino a Val d’Europe, presso Parigi, voluto non a caso dalla società che gestisce Disneyland Paris, evidenziano dietro la loro rassicurante ‘tradizionalità’ questioni della massima importanza per la società attuale.

L’impressione infatti è quella che questi insediamenti, quartieri, nuove città ricerchino la suggestione del passato per cercare di far dimenticare (ma di oblio senza reale superamento si tratta) le problematicità del presente:

a parte il caso ‘estremo’ di Val d’Europe, sorta assieme ad un gigantesco outlet center promosso da DisneyLand Resort Paris, in cui la riproposizione, ma sarebbe meglio dire la finzione, dello stile vernacolare francese è ovviamente funzionale alla marketing strategy dell’ operazione, le altre realizzazioni, comprese le numerose e precedenti creazioni in suolo americano, offrono la rassicurante e concreta visione, la fisicità tangibile di una realtà diversa da quella di tutti i giorni.

Borgo Città Nuova, Alessandria

Val d'Europe, Parigi

Si tratta praticamente di resettare tutti i cambiamenti avvenuti nella società dalla metà dell’Ottocento fino ad oggi o perlomeno di non renderli visibili nella realtà costruita:

è così che Poundbury in Inghilterra può finalmente apparire come un placido villaggio ottocentesco.

Bisogna esprimere sempre il proprio tempo, si potrebbe facilmente obiettare di fronte a simili realizzazioni. Si dovrebbe anche sottolineare come da un punto di vista sociologico l’operazione finisca per essere assimilabile alle pratiche di estetizzazione e ‘pacificazione’ applicate in centri commerciali e spazi attuali del loisir, dell’intrattenimento e del commercio con complicazioni ulteriori.

Se negli spazi commerciali protetti il fine è quello di conferire appeal estetico a luoghi anonimi e razionalmente programmati, nel caso di quartieri o città l’operazione sembra proporre un rimedio all’eterogeneità, alla babele stilistica attuale, vista come elemento di degradazione della città e non come espressione delle modalità assolutamente inedite con cui la nostra società costruisce e fruisce il proprio spazio urbano.

Poundbury, Inghilterra

Ma la questione è ovviamente più complicata. Credo infatti che molti contenuti teorici del New Urbanism, seppur talvolta gravati di uno spirito anti-urbano derivante dalla loro origine americana, siano di stretta attualità, pienamente contemporanei nella ricerca di soluzioni alla congestione, alla pianificazione urbana eccessivamente appiattita sulla mobilità privata, alla qualità dello spazio urbano.

E’ però nell’enfasi sulla bellezza come panacea dei mali della città e dell’architettura contemporanea che un simile movimento mostra pesanti limiti.

Questo perchè esso finisce per cadere, a mio avviso, negli errori già fatti dal Postmodernismo:

come il Postmodern si sviluppò in una fase di grave crisi del portato teorico del Modernismo razionalista, così il New Urbanism risponde alle critiche rivolte all’architettura contemporanea, ammantandosi di una dimensione urbana tout-court volta a rimediare integralmente alle presunte nefandezze degli architetti e urbanisti attuali  o del recente passato.

La riproposizione dei linguaggi del passato o, oggi, della dimensione e dell’aspetto tradizionale della città storica, non mi sembrano neanche tanto distanti dalla risposta offerta dal movimento per la città giardino, alla fine dell’Ottocento, alle brutture e alla alienazione della metropoli industriale, allora al suo esordio.

In poche parole il limite che evidenzio al movimento del New Urbanism è quello di banalizzare sul piano estetico l’importanza delle critiche mosse alle estremizzazioni dell’architettura contemporanea e di offrire sul piano urbanistico soluzione inpraticabili su larga scala, subordinate a iniziative private di grandi gruppi immobiliari fautori di risultati contrari a quelli prospettati dal movimento stesso.

Risulta impossibile per me non notare una sinistra somiglianza nella realizzazione e negli effetti finali tra queste ‘traditional cities’ e le gated communities create negli Stati Uniti o in altri paesi principalmente anglosassoni, ovvero comunità controllate, prive di conflitto sociale proprio perchè rigidamente selezionate nei propri abitanti-fruitori.

Tutto questo, tralasciando le questioni meramente architettoniche o stilistiche di espressione del proprio tempo, sembra sconfessare apertamente il fine che si propone il movimento che è proprio quello di evitare i fenomeni di segregazione sociale favorendo una mixitè funzionale, tipologica e sociale dell’ambiente urbano.

L’offerta di una dimensione urbana pacificata, rasserenante non è esente dal rischio dell’effetto Disneyland, ovvero dall’impressione della finzione commerciale, dalla plastificazione di un’immagine stereotipata della città storica, in conclusione dell’offerta di un fermo immagine che non tiene conto dei profondi cambiamenti avvenuti in questi decenni nel nostro modo di fruire la città, di relazionarci con gli altri, di vivere sia l’ambiente privato domestico sia lo spazio pubblico urbano.

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2 thoughts on “‘Rinascimento urbano’: la città secondo Disneyland.

  1. Pingback: piazze storiche, piazze [con]temporanee - Discorsivo > Magazine

  2. Grazie per il contributo!
    Aggiungerei che, come dimostra il caso recente di Ponte Vecchio a Firenze, caso di spazio pubblico affittato per una festa privata e chiuso al transito, il tema diviene sempre più la privatizzazione crescente e il controllo di questo spazio di relazione e scambio libero che dovrebbe essere la piazza pubblica.

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