Cino Zucchi «Le archistar, bombe sexy e l’architettura, fiera delle vanità»


Vale  la pena di pubblicare questa intervista a Cino Zucchi del 2010 ricca di spunti interessanti e non banali, portatrice di una visione che trovo abbastanza condivisibile.
_Che cosa pensa in merito al dibattito sulle archistar?

Gli architetti sono come la “domenica del villaggio”. Sono trattati in modo estremo, un giorno sono portati in trionfo, un giorno sono buttati nella polvere. Il pubblico li vede o come chi ha un eccesso di potere o come la causa di tutti i mali. Invece bisogna entrare nel profondo, non fermarsi in superficie e capirne i meccanismi.

_Quali meccanismi?

In passato il committente incontrava l’architetto al golf club e gli commissionava un progetto. Oggi è diverso, entra in gioco anche la figura dell’investitore. Gli architetti hanno una responsabilità maggiore, ci mettono la faccia, prestano la loro figura e hanno anche la responsabilità di creare una grande opera dal punto di vista economico. Intorno a loro, però, c’è una squadra.

_Oggi in quale direzione va l’architettura?

Assistiamo all’X Factor dell’architettura. Giovani architetti, anche sprovveduti con poca esperienza e poche competenze, se hanno una buona conoscenza dei media e del web possono farsi vedere. Basta che creino un progetto d’impatto se poi non verrà costruito non importa, ma intanto avrà creato dibattito e interessato la stampa. I progetti di grande impatto fanno audience, piacciono anche moltissimo alle redazioni. La stampa non vuole le eco city. È sui rendering che ti giochi la fama e l’interesse.

Il centro storico è come una cena di lusso: puoi scegliere l’abito da indossare ma devi rispettare delle regole. Non potrai presentarti in scarpe da tennis. L’imitazione sguaiata del passato ferisce.
_A proposito di torri e grattacieli d’impatto, cosa pensa delle città verticali?

La polemica intorno ai grattacieli dovrebbe svilupparsi sotto tre diverse valenze: grattacielo si o no, grattacielo si se collocato nel posto giusto, grattacielo si o no in base al suo essere bello o brutto. Questi tre parametri si intersecano. Pensiamo alla torre progettata a Torino da Renzo Piano – la nuova sede del Gruppo Intesa Sanpaolo – va a toccare lo skyline della città, è pubblica, nessun edificio è privato nel momento in cui ha un impatto sulla città. Anche una casa non è una costruzione privata perché si inserisce in un contesto urbano. Io non sono un alfiere dei grattacieli tout court, ma prima di decidere se progettare un grattacielo bisogna studiare il contesto. Può avere senso se non altera la struttura urbana. Io lascerei in pace i centri storici, mentre nelle periferie si può osare di più, un edificio alto può creare un nuovo centro ed essere un polo d’attrazione in zone che hanno bisogno di rivivere e di trovare un altro carattere.

_Non mi ha detto se le piace il progetto torinese di Renzo Piano.

Non lo so, conosco poco il progetto.

_Tornando ai centri storici: come deve intervenire l’architetto?

Il centro storico è come una cena di lusso: puoi scegliere l’abito da indossare ma devi rispettare delle regole. Non potrai presentarti in scarpe da tennis. L’imitazione sguaiata del passato ferisce. L’architetto deve padroneggiare le tecniche che ha e inserirsi nel passato senza copiare ciò che già c’è, ma riprendendo la città antica nella sua tessitura. Come nella musica, se ci fosse l’assonanza di una ballata in una canzone non ci sarebbe nulla di male ma non bisogna usare questi riferimenti in maniera automatica.

_Quindi, cosa deve fare?

Deve rispettare i colori, le proporzioni e i materiali. E su questa base inserire il nuovo. Lavorare in città come Venezia mette i brividi, è come uscire con Nicole Kidman, ti senti sotto osservazione. Rapportarsi a città come ad esempio Sesto San Giovanni è diverso: è più facile infatti che ogni nuovo progetto sia più bello di quello che già c’è. Ma non si può perdere di vista il contesto.

_Lei ha sempre dimostrato una grande sensibilità verso gli spazi verdi

Non sono però l’architetto dei giardini. Oggi il paesaggio è la risultante tra ambiente costruito e ambiente naturale, dove però l’ambiente naturale non è intoccabile, anzi viene comunque plasmato e controllato dall’uomo.

_È un architetto sostenibile?

Sì, sono sempre stato attento al rapporto che un edificio ha con il contesto, all’orientamento delle stanze, alla durabilità e al risparmio energetico. L’architettura è stata fatta come protezione dal clima: ad esempio pensiamo a un portico che ombreggia d’estate e ripara dalla pioggia d’inverno. Quando costruisco una casa, infatti, penso anche a come gira il sole.

_Non è un archistar?

No, non lo sono.

_Chi sono allora le archistar?

Sono architetti inseriti in un circuito mediatico dove il livello di visibilità interessa anche la loro vita personale. Sono creature dello spettacolo. Io sono un architetto di reputazione, con articoli sui giornali, anche di una certa notorietà. Non sono un archistar. Il meccanismo delle archistar è legato a una forma mediatica, forse più simile agli artisti dello spettacolo, come i calciatori ad esempio.

Ciò che fa notizia non ha a che fare con la qualità, ma con la sensazionalità.
Le archistar fanno architettura anxious to please.
_Sono archistar gli artisti che fanno opere di grande impatto, come Daniel Libeskind, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid?

Sì, sono delle archistar. Ad esempio ho fatto un allestimento in Triennale con Fuksas – la mostra “Casa per Tutti – Abitare la città globale”, La Triennale 23 maggio-14 settembre 2008 – , quando la stampa l’ha saputo, i giornalisti sono accorsi, ma non sapevano nulla del contenuto, erano lì solo per lui. Le archistar fanno opere d’impatto ma hanno anche una maniera particolare di atteggiarsi e un modo di usare ed essere usati dalla comunicazione. È reciproco: l’archistar usa i mezzi di comunicazione che a loro volta adattano la persona al fabbisogno di notizie veloci. I media hanno bisogno di cultura in pillole. E se noi non siamo capaci di semplificare in slogan le nostre opere non buchiamo la rete, per cui la persona deve diventare una piccola caricatura di se stessa e deve generare degli slogan che siano bosco verticale, caos sublime o sostenibilità. C’è bisogno di avere un format dove la complessità dei progetti possa diventare uno slogan appunto. Ciò che fa notizia non ha a che fare con la qualità, ma con la sensazionalità. Le archistar fanno architettura anxious to please (ansiosa di piacere). Non c’è nulla di male, è una scelta. È come dire Non mi trovi una bomba sexy?

_Cosa pensa del Museo Maxxi di Zaha Hadid?

È molto spettacolare, ma in alcune parti è forte o autoriferito. Nel senso che un museo deve essere anche qualcosa che serve ad esporre delle opere, invece lo spazio non sempre è stato usato al meglio, alcune aree sono sprecate. Il Maxxi ha qualità spaziali molto alte ma forse non è adatto ad ospitare delle opere d’arte. Ancora più estremo è il Museo Ebraico di Libeskind a Berlino – Jewish Museum Berlin: è un edificio molto spettacolare, rovinato però dall’allestimento. Un edificio il cui spazio vuole essere lui lo spazio assoluto. Ciò non significa che non ha valore, ma vale per se stesso. Hanno valore per quello che sono e non per quello che contengono. Sono edifici assoluti, come delle opere d’arte.

_L’architettura è arte applicata o arte pura?

Gli architetti tendono a voler creare arte pura, ma c’è un confitto tra valore assoluto dello spazio e ciò che l’architettura ospita.

_Un altro progetto molto criticato è la proposta di Renzo Piano di creare un bosco in piazza del Duomo a Milano.

Rispetto molto l’architetto Piano, è un bravo architetto ma mettere sei alberini in piazza del Duomo non ha alcun senso, è un’idea populista. Anche Mussolini in epoca fascista ha messo le spighe di grano a Milano. Sono solo idee d’effetto, la piazza ha una storicità che va rispettata, sarebbe controverso dal punto di vista urbano.

_L’architetto Portoghesi ha citato il suo intervento al Nuovo Portello di Milano come buon esempio di architettura che rispetta il confine tra estetica e funzionalità. Ha dichiarato Le residenze realizzate sono in un quartiere con poco valore storico, hanno poco in linea con l’ambiente ma ricordano le case di ringhiera milanesi.

Ringrazio l’architetto! Il progetto si inserisce in un contesto particolare, in una periferia storica non bella, fatta di casermoni dove però la gente vive, va al bar. Non aveva senso creare un eden, un paradiso, era necessario rispettare l’anima della zona. Più che le case di ringhiera milanesi però, ho ripreso il secondo dopoguerra: Vico Magistretti, Luigi Figini e Gino Pollini, artisti che hanno saputo rispettare il territorio senza fare dei falsi storici.

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