COSTRUIRE DI NUOVO


di Luigi Prestinenza Puglisi

Quando, qualche anno fa, il sindaco di Bologna Sergio Cofferrati decretò l’abbattimento delle  Gocce di Mario Cucinella  ebbe un plauso che oggi si direbbe trasversale. La gran parte dei bolognesi, di destra , di centro e di sinistra non tollerava che proprio nel cuore della città potessero sorgere due leggere strutture di forma e di materiali moderni. E ai pochi che sottolineavano che l’intervento di Cucinella era di dimensioni modeste , rimuovibile e tale da risolvere brillantemente la penosa storia di un sottopasso che , abbandonato, era diventato un elemento di degrado urbano, si rispondeva che mai nessuno aveva osato accostare forme tanto stridenti alla piazza simbolo della storia  della città e sede del palazzo di re Enzo. Dimenticando, ovviamente, che questo edificio apparentemente medioevale era in realtà il frutto di un successivo e molto fantasioso rifacimento.

Bologna_Le 'Gocce' di Mario Cucinella (© theplan.it)

L’episodio e’ emblematico. Contro l’architettura contemporanea, non importa quanto moderata, si coalizza immediatamente una schiacciante maggioranza. Che crede ancora al mito del Belpaese, che gode nel consumare i pasti nell’Antica  Locanda o nell’Antico Forno, che va alla ricerca del Mulino Bianco e  che scrive accanto alla propria attività commerciale “ dal 1898” , dal “1956” o addirittura “dal 1988” come se il tempo passato fosse di per sé sinonimo di qualità. Il risultato e’ che il Paese si sta proponendo anche agli operatori turistici come un luogo vecchio e ammuffito. Lo testimonia la recente proliferazione di pubblicità che vantano le nostre città d’arte come luoghi in cui il tempo si e’ fermato. Valga per tutti quella recente promossa dalla città di Ferrara dove si mostra la foto di una strada del centro storico senza persone e senza veicoli, mentre la scritta promette l’alta velocità. Quella, ovviamente, del pensiero che chissà per quale ragione, in un ambiente così depresso, dovrebbe correre a mille.
E così se prima “modernità” era parola magica per giustificare qualsiasi scempio, oggi “storia” e’ il passe partout per bloccare qualsiasi iniziativa anche la più ragionevole.
Si può, infatti, essere d’accordo che la nuova teca dell’Ara Pacis firmata da Richard Meier non sia un capolavoro, ma certo è un’opera onesta e necessaria per valorizzare un reperto che giaceva da anni nel più miserevole stato di abbandono. Contro la sua costruzione si e’ sollevato, invece, un diluvio di critiche che, poi, anche di fronte all’evidenza – e cioè il successo in termini di dati d’afflusso della struttura- ha fatto fatica a fare marcia indietro. Da qui l’imbarazzo del  neosindaco Alemanno che dopo aver dichiarato, in campagna elettorale, che l’obbrobrio doveva essere demolito, ha dovuto arrampicarsi sugli specchi, una volta eletto, per salvare insieme faccia e buon senso.

Roma _ Il Museo dell'Ara Pacis di Richard Meier

Ciò che e’ stato, affermano compatti ambientalisti e soprintendenze, non può essere modificato o alterato. E non solo fisicamente ma anche simbolicamente. A Torino non si può realizzare un grattacielo più alto della Mole Antoneliana, a Pisa della Torre pendente. Lo sanno bene Renzo Piano e Dante Benini che hanno dovuto limitare l’altezza delle loro proposte, anche se lontane chilometri dai suddetti monumenti.  Una limitazione questa che ha poco e nulla a che vedere con le valutazioni estetico formali che invece sarebbe opportuno mettere in campo quando si discute di nuovi edifici.
Vi sono poi gli interventi nelle aree verdi o nella campagna. Dove e’ ammesso solo lo stile rurale: paramenti in pietra, tegole in cotto, archi in mattone, possenti travi di legno a vista. Come se – e per di più dopo le lezioni della  Casa sulla Cascata di Wright o di casa Farnswort di Mies – in campagna non si possa vivere che in finti casolari e solo il peggior  stile vernacolare sia in grado di garantire il rispetto del territorio. Altrimenti e’ subito pronta una campagna stampa, magari sul Corriere della Sera e su La Repubblica con titoli che parlano di ecomostri e di cementificazione. Seguiti dall’appello di numerosi intellettuali.

A testimonianza che il fronte del no, oltre ad essere trasversale, non nasce solo dai pregiudizi di chi si rifugia nella storia a buon mercato per fuggire dallo squallore della periferia, ma e’ il portato di una visione reazionaria oramai profondamente radicata nella nostra cultura. Quella, per capirci, che ancora crede che il futurismo sia stato un fenomeno eccessivo, che Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci fossero grandi poeti, l’Eur un centro direzionale sin troppo moderno e Marcello Piacentini  un poeta che ebbe solo il torto di aderire al fascismo.
Per loro l’Italia e’ il Paese dove regna l’equilibrio e la bellezza. Che non può essere alterato con ipotesi avventate e tanto meno con nuove costruzioni . Come prova la vicenda dell’auditorium di Ravello affidato, grazie a una intuizione di Domenico De Masi, al brasiliano Oscar Niemeyer. Credo che poche vicende siano state tanto tormentate. E se la si e’ potuta risolvere ciò e’ stato dovuto solo a due fattori: la perseveranza di De Masi che ha smontato le accuse che venivano mosse alla costruzione e la scelta del progettista, unanimemente considerato uno dei maggiori a livello mondiale e per di più centenario e quindi abbastanza anziano  da non incorrere nell’accusa di essere il frutto del fenomeno dello star system.

L'auditorium di Oscar Niemeyer a Ravello

Anche in questo caso si può discutere o meno sul valore formale della proposta dell’architetto brasiliano, ma ciò che colpisce e’ l’ottusità con la quale gli ambientalisti hanno difeso lo status quo, dichiarando che la costiera amalfitana e’ bellissima ma dimenticando che, se lo e’ certamente in molti punti, in altri non lo e’ affatto. E che l’auditorium si trova a sorgere, riqualificandolo, proprio su uno di questi luoghi degradati.
A dar voce al club degli anticementificatori, oltre che la stampa e gli intellettuali, concorrono i personaggi dello spettacolo. Tra questi Adriano Celentano, Beppe Grillo e Vittorio Sgarbi il quale ha scritto un libro sull’Italia vista come un paese sfigurato. Ma, poi, come assessore del comune di Piazza Armerina, ha avuto la responsabilità di quello che a mio parere e’ uno degli scempi archeologici più gravi della recente storia italiana. Lo smantellamento della sistemazione dei mosaici della Villa del Casale progettati da Franco Minissi: uno dei capolavori della museografia del secondo novecento. Al suo posto una ricostruzione della villa che, sempre a mio giudizio, rassomiglia molto alle peggiori operazioni disneylandiane.
E poi i critici d’arte, che spesso di architettura ne capiscono poco e nulla, nonostante una brillante tradizione che risale a personaggi del calibro di Carlo Giulio Argan, Cesare Brandi, Sergio Bettini. Di architetti che, come Paolo Marconi , Italo Insolera, Pier Luigi Cervellati pensano che l’unica strada percorribile sia il riuso e la conservazione. E, infine, di sociologi che accusano l’architettura contemporanea di creare luoghi inumani e senza identità.

Tra questi vi e’ Franco La Cecla che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo Contro l’architettura. E il cui successo, anche tra gli architetti, e’ il segnale di una cultura che nei confronti del nuovo si muove con un atteggiamento sempre più masochista. Solo la rivista Casabella ha avuto il coraggio di stroncarlo mettendo in luce che l’intero saggio, più che una motivata critica dell’architettura, è un ben congegnato pamphlet pubblicitario che vuole ridimensionare il merito dei progettisti per mettere in luce quello dei sociologi. E la cui la tesi si potrebbe riassumere in: se mi prendete come consulente, potrete realizzare progetti migliori.
Il movimento contro l’architettura ha dalla sua, ovviamente, alcune ragioni. A partire dagli anni cinquanta si e’ costruito spesso senza criterio. Da questo punto di vista, l’ambientalismo e’ stato uno strumento per riflettere sul paesaggio e per salvare il territorio. Inoltre se non fosse stato per l’opera delle Soprintendenze, importanti opere storiche sarebbero state demolite o compromesse in maniera irrimediabile. Oggi però il quadro si e’ rovesciato e in maniera paradossale. Ogni albero appare come un’ultima spiaggia e ogni edificio di nessun valore come un’opera straordinaria meritevole di un atteggiamento conservativo e ricostruttivo. Di questa follia sono testimonianza anche le vicende travagliate di un paio di opere che si stanno oggi costruendo in Italia.

Roma _ Il Maxxi di Zaha Hadid (© architecturehomedesigns.com)

Il Maxxi, il museo progettato dalla Hadid a Roma, e’ stato deturpato dalla imposizione di una facciata consistente in un frammento di una preesistente caserma. E si dice che il sindaco Alemanno abbia dato il benestare alla realizzazione del nuovo edificio di Renzo Piano all’Eur solo a condizione che l’architetto usasse più travertino. Come se questo marmo, molto usato nelle opere fasciste, garantisse da solo una maggiore aderenza al genius loci.
Nello stesso tempo, mentre si tutela ossessivamente qualsiasi reperto ottocentesco o del primo novecento, anche il più banale e formalmente insulso, si accetta che il piccone demolitore si abbatta sulle poche opere di valore del secondo novecento che ancora resistono nel nostro Paese.
Si ricostruisce in stile una  mediocre stazione a Napoli ma non si tutela a Roma l’ampliamento della Galleria d’arte moderna di Luigi Cosenza, uno dei protagonisti del razionalismo architettonico. Si abbatte ancora a Roma il Velodromo di Cesare Ligini e si realizzano le torri di Renzo Piano proprio nel lotto in cui insistevano quelle – sempre di Ligini – che conseguentemente sono state demolite. Non si riesce a tutelare la casa Furmanik al lungotevere Flaminio di Mario De Renzi, a cui tra le varie mutilazioni sono state tolte le persiane scorrevoli che ne caratterizzavano il prospetto e non si riesce a porre in Toscana sotto vincolo le opere di Vittorio Giorgini, uno dei protagonisti , colpevolmente dimenticati, delle vicende dell’avanguardia italiana degli anni sessanta.
A rendere disgustoso questo delirio e’ la crescente opera di falsificazione e disneylandizzazione dei centri storici. Dove opera una strategia: quella del falso antico. Tralascio per brevità di parlare dell’arredo urbano: pacchiano e in finto ottocento, come se un lampione , una palina dell’autobus, un cestino della spazzatura, una panchina o un’edicola dei giornali non possano essere che in stile. Ma ciò che e’ ancora più grave e’ che tra i peggiori falsi vi sono i sempre più numerosi palazzi acquisiti e restaurati dalla Camera , dal Senato , dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Quirinale, cioè da istituzioni che dovrebbero avere a cuore la modernizzazione del Paese.
Vi e’ , infine, la strategia del “dov’era e com’era” . All’interno della quale annovererei la riedificazione del Teatro La Fenice a Venezia. Chi scrive non e’ contrario, in linea di massima a questa modalità di intervento. Anzi, in certi casi, rifare fedelmente un edificio può essere utile.

Come lo e’ stato per il campanile a piazza San Marco a Venezia ricostruito identico dopo un crollo oppure per il padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe. Bisogna però sapere che, quando si ricostruisce, la copia non e’ mai fedele all’originale, se non altro perché non si ha mai la documentazione sufficiente. In più si perde un’occasione per realizzare un’opera contemporanea che potrebbe arricchire il tessuto urbano con nuove ed inaspettate valenze. E se ridisegnare Piazza San Marco in maniera convincente  e’ impresa pressoché impossibile – motivo per il quale e’ bene che il campanile sia stato riedificato tale e quale- progettare zone meno delicate e’ impresa doverosa, ovviamente a condizione che vengano consultati i migliori architetti.

Venezia, il campanile di S.Marco. Crollo e ricostruzione

In proposito e’ utile ricordare che noi abbiamo perso occasioni d’oro: si pensi solo all’ospedale di Le Corbusier o alla  palazzina di Wright sul Canal Grande a Venezia. E, detto tra parentesi, oggi con l’aria di conservazione che tira, sarebbe impossibile affidare a Carlo Scarpa, Franco Albini o BBPR le ristrutturazioni  dei musei con i quali si sono resi famosi. E sono convinto che neanche la modesta casa alle Zattere di Ignazio Gardella a Venezia, la Bottega di Erasmo di Gabetti e Isola a Torino o la palazzina INAIL  di Giuseppe Samonà e di Egle Trincanato a Venezia sarebbero state autorizzate.
La cultura del non costruire si basa su cinque assunti, cinque idola tribus, apparentemente razionali e ragionevoli ma in realtà poco sensati. Il primo è: c’e’ troppo costruito. Il secondo: la densificazione crea caos e disordine. Il terzo: il verde e’ una risorsa preziosa. Il quarto: il nuovo propone spazi invivibili. Il quinto: anche quando i nuovi spazi sono vissuti, distruggono l’identità dei luoghi. Vediamo di confutarli.
A chi afferma che c’ e’ troppo costruito e che in città come Roma un settimo degli appartamenti e’ sfitto, viene da rispondere che se ce ne fosse veramente troppo non ci sarebbe mercato e quindi non ci sarebbe richiesta edilizia. Mentre invece c’e’ ed sostenuta, come testimoniano i prezzi troppo alti. Mentre un aumento dell’offerta di spazi calmiererebbe il mercato. Inoltre risulta che in Italia ci sono 36,3 mq. di abitazione pro capite, meno dei 62,7 del Lussemburgo, dei 43,6 della Svezia, dei 41,3 dell’Olanda, dei 36,6 della Francia. Mentre i mq. di territorio pro capite sono 5054, quasi il doppio dell’Olanda e del Belgio. Ovviamente questi dati non vogliono dire che occorra costruire senza regole. Ma indicare che , a condizione che si punti alla qualità, e’ possibile pensare a nuove costruzioni. Soprattutto se queste sostituiscono quelle  esistenti, spesso di pessima qualità che oggi si ritrovano in quasi tutte le aree semiperiferiche, periferiche e metropolitane.
La seconda obiezione -che la densificazione crei caos e disordine- appare smentita dalle grandi realtà metropolitane. Manhattan, per esempio, e’ una città densa ma molto meno caotica di Los Angeles o della periferia di Napoli. Bisogna cominciare a pensare anzi che gli standard urbanistici nati dalla Legge Ponte sono uno strumento utile ma antiquato che non tiene conto che il verde può stare in quota, i servizi pubblici all’interno degli edifici con altre destinazioni, i parcheggi pubblici sostituiti da quelli privati combinati con un buon trasporto pubblico su ferro. Siamo tutti d’accordo, poi, che il verde sia una risorsa preziosa. Ma si dovrebbe anche pensare che oggi non ha più senso teorizzare la separazione tra città e campagna. Stiamo andando infatti verso la città territorio dove costruito e non costruito convivono in modalità nuove. E ciò, come hanno dimostrato gli olandesi, non vuol dire certo un abbandono della coscienza ecologica. Ma solo la consapevolezza che il verde e’ un materiale da costruzione, forse il più prezioso, ma come tanti altri.
Che il nuovo costruito sia invivibile  – e siamo al quarto postulato- e’ un preconcetto. Basta andare in giro per le migliori città europee che hanno realizzato in tempi recenti numerosi e qualificati interventi edilizi alla scala urbana quali Barcellona, Rotterdam, Londra, Parigi  per rendersi conto che non e’ vero. E poi occorre considerare che, di regola, i nuovi quartieri per funzionare al meglio hanno bisogno di trenta quaranta anni. Solo in tale lasso di tempo gli abitanti riescono, infatti, ad imporre agli spazi quegli aggiustamenti che li rendono umani e  vitali. Detto tra parentesi, ciò vuol dire che i progetti aperti e flessibili si adattano meglio, mentre quelli rigidi– quali lo Zen a Palermo o il Corviale a Roma- danno una cattiva prova di sé, proprio a causa di quella che da alcuni critici e’ considerata, invece, la prova dell’integrità formale e ideologica dell’opera.
Il quinto punto – l’identità dei luoghi- e’ oggi particolarmente sentito. Ma si confonde l’identità, che e’ un processo che impone continue modificazioni e arricchimenti, con la ricerca dello stereotipo. Per ritornare a un esempio che abbiamo già fatto, il travertino non fa l’identità di Roma così come la pagoda non fa quella di un ristorante cinese. E oggi a costruire l’identità dell’Italia contribuisce , e non può non farlo, la sua dimensione europea e il suo appartenere a uno scenario mondiale.

Non capirlo vuol dire costringerci a vederla come il paese delle pizze, delle piazze, della pasta , dei mandolini e delle gondole. Una prospettiva che direi repellente ma che si legge oramai in trasparenza nella maggior parte dei nostri centri storici sempre più ingessati e mummificati. Si potrà sostenere  che lo vogliono i turisti. Due risposte. Personalmente aborro l’idea di dover fare il centurione per attrarre a Roma visitatori. E poi, i dati dei flussi  turistici mostrano che i paesi che stanno investendo in modernità ci stanno superando anche in questo settore. Segno che si preferisce un’ora di fila in meno in un museo attrezzato ed efficiente a una gita in gondola da cento euro dove, chissà perché, ti cantano anche O sole mio.

Apparso su Po.Cit.n.135 maggio 2009

(http://www.prestinenza.it/articolo.aspx?id=341)

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