Aga Khan Award for Architecture 2013: una scuola italiana in Afghanistan tra i finalisti


Rehabilitation of Tabriz Bazaar, Tabriz, Iran / ICHTO East Azerbaijan Office © AKAA / Amir Anoushfar

Rehabilitation of Tabriz Bazaar, Tabriz, Iran / ICHTO East Azerbaijan Office © AKAA / Amir Anoushfar

Non di solo Pritzker vive il mondo dell’architettura contemporanea. Tra i premi più prestigiosi e interessanti a livello mondiale esiste infatti anche l’ Aga Khan Award, istituito nel 1977, dall’Aga Khan IV, il Principe Shah Karīm al-Husaynī, imam dei musulmani ismailiti e fondatore dell’Aga Khan Development Network, una delle più importanti organizzazioni private di promozione dello sviluppo sociale, economico e culturale nel sud del mondo e nel medio oriente.

Il premio, associato all’Aga Khan Trust for Culture, è conferito ogni 3 anni a progetti ritenuti significativi per il raggiungimento di nuovi standard di eccellenza nell’architettura, nelle pratiche di pianificazione urbana, di restauro e conservazione del patrimonio storico ed artistico, nella valorizzazione del paesaggio.  Il premio cerca di individuare ed incoraggiare concezioni architettoniche in grado di rispondere con successo ai bisogni e alle aspirazioni delle molteplici società del mondo. L’attenzione della giuria è rivolta principalmente a riconoscere e premiare opere realizzate in paesi a maggioranza musulmana ma non mancano designazioni di architetture costruite in nazioni dove l’islam rappresenta una minoranza, seppur significativa.

L’edizione 2013 è entrata nella fase decisiva, a conclusione del ciclo triennale di selezione, e a Lisbona, a fine aprile, è stata annunciata la lista dei 20 progetti finalisti: molte le opere interessanti, alcune delle quali notevoli per essere l’espressione di progetti umanitari operanti in paesi poveri o in guerra.

Tra queste l’unica opera italiana della selezione, la scuola dedicata alla giornalista Maria Grazia Cutuli, realizzata a Herat, Afghanistan, dallo studio 2A+P/A in collaborazione con EmmeAZero e Mario Cutuli, fratello della giornalista assassinata nel 2001 e presidente della Fondazione Maria Grazia Cutuli.

Maria Grazia Cutuli Primary School, Herat, Afghanistan / 2A+P/A, IaN+, Mario Cutuli © AKAA / Maria Grazia Cutuli Foundation

Maria Grazia Cutuli Primary School, Herat, Afghanistan / 2A+P/A, IaN+, Mario Cutuli © AKAA / Maria Grazia Cutuli Foundation

La piccola scuola, concepita come un’isola blu, riferimento alla pietra afgana per eccellenza, il lapislazzulo, è contraddistinta dall’organizzazione delle aule, distribuite come scatole collegate all’interno del recinto maggiore e aggregate attorno al volume a doppia altezza della biblioteca, in grado di creare un landmark nel paesaggio brullo della valle di Herat.

Maria Grazia Cutuli Primary School, Herat, Afghanistan / 2A+P/A, IaN+, Mario Cutuli © AKAA / Maria Grazia Cutuli Foundation

Maria Grazia Cutuli Primary School, Herat, Afghanistan / 2A+P/A, IaN+, Mario Cutuli © AKAA / Maria Grazia Cutuli Foundation

Tra gli altri progetti, molto belli risultano i progetti di riqualificazione di contesti storici e archeologici come il recupero del centro storico di Birzeit, cittadina palestinese a 25 km da Gerusalemme, il restauro del notevole Bazaar di Tabriz in Iran, sito Unesco, e delle fortezze di Ahhichatragarh, costruzione del 12mo secolo nella città di Nagaur, nel Rajasthan, India, e di Thula, nello Yemen.

Thula Fort Restoration, Thula, Yemen / Abdullah Al-Hadrami © AKAA / Cemal Emden

Thula Fort Restoration, Thula, Yemen / Abdullah Al-Hadrami © AKAA / Cemal Emden

Reconstruction of Nahr el-Bared Refugee Camp, Tripoli, Lebanon / United Nations Relief & Works Agency (UNRWA), Nahr el-Bared Reconstruction Commission for Civil Action and Studies (NBRC) © AKAA / Abdelnaser Ayi

Reconstruction of Nahr el-Bared Refugee Camp, Tripoli, Lebanon / United Nations Relief & Works Agency (UNRWA), Nahr el-Bared Reconstruction Commission for Civil Action and Studies (NBRC) © AKAA / Abdelnaser Ayi

Un’ulteriore menzione va infine al progetto di ricostruzione del campo profughi di Nahr el-Bared, nel Libano, distrutto dalla guerra nel 2007, e realizzato in stretta collaborazione con la comunità locale per ridare abitazioni e servizi alla popolazione martoriata dal conflitto.

Sulla pagina web del premio è possibile consultare l’intera lista dei progetti, in attesa della designazione dell’architettura vincitrice.                                                                                           http://www.akdn.org/architecture/awards.asp?tri=2013

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Caruso St. John, architettura minimale ma con raffinata eleganza


Caruso St. John è uno studio di architettura fondato da Adam Caruso e Peter St. John nel 1990, con sede a Londra e, dal 2010, anche a Zurigo.                                                          Lo studio ha acquisito notorietà nel 1995 risultando vincitore del concorso pubblico per la realizzazione della New Art Gallery di Walsall, città industriale del West Midlands in Inghilterra.

Walsall Art Gallery, Caruso St. John Architects, Walsall (Eng)© www.mimoa.eu

Walsall Art Gallery, Caruso St. John Architects, Walsall (Eng)
© http://www.mimoa.eu

L’ edificio, la cui realizzazione è iniziata nel 1995 e si è conclusa nel 2000, ospita la Garman Ryan Collection, che include lavori di pittura e scultura di artisti contemporanei (in particolare opere dello scultore anglo-americano Jacob Epstein, oltre a lavori di Van Gogh, Monet, Turner, Constable, Renoir)  e costituisce il nucleo principale del programma educativo e culturale promosso dal museo.                                                                                  La sede della galleria fu concepita dagli architetti come una struttura a torre, in grado di definire l’importante ruolo dell’istituzione nel nucleo urbano, e in grado di relazionarsi ad un contesto fatto di magazzini e architetture industriali dismesse.                                                   Gli spazi interni, disposti a vari livelli e collegati da ascensori e scale, ospitano gallerie e sale per esposizioni permanenti e temporanee, installazioni a scopo educativo, sale conferenze e un ristorante: elementi ricorrenti sono l’utilizzo di boiserie in legno e l’esposizione della struttura a travi in calcestruzzo dei solai.                                                                                   Nel trattamento degli esterni il duo di architetti inglesi delinea già quelle che saranno caratteristiche peculiari dell’architettura di Caruso St. John attraverso una attenta composizione delle facciate e la cura del rivestimento materico:                                                   il rivestimento in piastrelle chiare smaltate, di dimensione via via decrescente con l’elevazione della torre, si combina al ritmo irregolare delle aperture vetrate conferendo dinamicità alla mole consistente dell’edificio.

Walsall Art Gallery, Caruso St. John Architects, Walsall (Eng)

Walsall Art Gallery, Caruso St. John Architects, Walsall (Eng)

Il progetto per Walsall ottenne la candidatura per il prestigioso Stirling Prize, il più importante riconoscimento assegnato all’architettura nel Regno Unito, assieme ad un altro, successivo, progetto dello studio londinese: la Brick House realizzata nel 2005.                     La piccola residenza, costretta in un lotto angusto tra alti edifici e abitazioni vittoriane, presenta una complessa articolazione di spazi domestici e patii interni, con stanze caratterizzate dalle pareti lasciate in mattoni faccia a vista e la copertura in calcestruzzo bucata da lucernari.

Brick House, Caruso St. John Architects, London (Eng)  © CarusoStJohn Architects

Brick House, Caruso St. John Architects, London (Eng)
© CarusoStJohn Architects

Più recentemente Caruso e St. John sono stati impegnati nella realizzazione di altri importanti progetti, come la Gagosian Gallery a Londra, il restauro e la sistemazione degli spazi e degli allestimenti interni del Victoria & Albert Childhood Museum, oltre alla realizzazione del nuovo volume di accesso per i visitatori, contraddistinto da un rivestimento decorativo in quarzite rossa e porfido, completato nel 2007 e la realizzazione di tre ‘stanze’ all’interno del Sir John Soane’s Museum, il museo dedicato ad uno dei più insigni architetti neoclassici inglesi.

Victoria&Albert Childhood Museum, Padiglione d'ingresso, Caruso St. John Architects, London (Eng) © CarusoStJohn Architects

Victoria&Albert Childhood Museum, Padiglione d’ingresso, Caruso St. John Architects, London (Eng)
© CarusoStJohn Architects

Come ultimi suggelli al crescente successo dello studio, sono giunti l’incarico per la realizzazione della nuova sede della Landesbank di Brema (2011), in Germania, e la freschissima vittoria al concorso internazionale per la nuova arena sportiva di Zurigo, in Svizzera, lo ZSCLV Stadium (2013): l’edificio proposto ospita le attività sportive in una struttura rivestita da elementi prefabbricati in calcestruzzo, concepiti come un drappeggio e forati da aperture circolari.

ZSCLV Stadium, Caruso St. John Architects, Zurigo (Ch) © CarusoStJohn Architects

ZSCLV Stadium, Caruso St. John Architects, Zurigo (Ch)
© CarusoStJohn Architects

All’attività professionale, in questi anni, Adam Caruso e Peter St. John hanno affiancato l’attività di ricerca accademica e l’insegnamento universitario presso la North London University e la facoltà di Architettura dell’Università di Bath. Caruso, più recentemente, tra il 2010 e il 2011 è stato visiting professor presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio, l’Università di Harvard e l’Eth di Zurigo e insegna Architettura e costruzione al Politecnico di Zurigo, mentre Peter St. John è attualmente esaminatore esterno presso la Scott Sutherland School of Architecture di Aberdeen e la Cardiff School of Architecture.

A partire dalle prime commissioni pubbliche, lo studio ha progressivamente ampliato le tipologie dei propri lavori: i clienti attuali includono la Tate Britain, la città di Lille (Fr), la Bremer Landesbank e le SBB (Swiss National Railways).                                                            La proposta architettonica di Caruso St. John ha comunque saputo mantenere l’interesse basilare per il potenziale emotivo e le qualità fisiche della costruzione, in particolare nei riguardi delle qualità tattili ed estetiche dei materiali.

Nottingham Contemporary, Caruso St. John Architects, Nottingham (Eng) © CarusoStJohn Architects

Nottingham Contemporary, Caruso St. John Architects, Nottingham (Eng)
© CarusoStJohn Architects

Questo risulta particolarmente evidente nel caso dell’opera più nota e più significativa, attualmente realizzata dallo studio, ovvero la Nottingham Contemporary, sede della galleria di arte contemporanea della città di Nottingham.                                                   Progetto vincitore di un concorso pubblico nel 2004, l’edificio ospita spazi espositivi e creativi in un’area della città prossima al centro storico, denominata Lace Market, e caratterizzata da una forma approssimativamente triangolare con un elevato dislivello a nord.                                                                                                                                                     Il volume principale della galleria d’arte occupa quasi totalmente il lotto, con un lato fortemente chiuso prospicente la strada e il lato opposto articolato, segnato da una scala e un percorso pubblico che connette il centro storico superiore con il livello più basso della città.                                                                                                                                                            La ricchezza dispiegata da Caruso St. John si mostra nella scelta e nel trattamento dei materiali di rivestimento: i volumi emergenti di due sale espositive sono caratterizzati dalla lucentezza dell’alluminio anodizzato color oro mentre la tonalità grigio-verde del calcestruzzo prefabbricato contraddistingue il corpo principale.                                                  Ad un’ osservazione più attenta si può notare come gli elementi prefabbricati concavi, alti fino a 14 metri, presentino una ‘decorazione’ superficiale che è strettamente legata all’antica vocazione produttiva del luogo.

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Nottingham Contemporary, Caruso St. John, Nottingham (Eng)
facciata meridionale e passaggio pubblico
© CarusoStJohn Architects

Siamo infatti sul luogo di vecchie fabbriche che fino al secolo scorso, nell’area del Lace Market, producevano industrialmente modelli di pizzi francesi e di merletti fiamminghi:       uno di questi modelli, un motivo di epoca vittoriana prodotto da una delle ditte più rinomate della città, è stato scoperto e riprodotto, tramite pellicola in latex, sui casseri per i pannelli in calcestruzzo.

Il risultato è una superficie materica affascinante, che nella modularità degli elementi concavi ricorda il corpo scanalato delle colonne classiche e nell’apparenza visiva riproduce il gioco d’ombre e sfumature del merletto.

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Nottingham Contemporary, Caruso St. John Architects, Nottingham (Eng)
particolare dei pannelli in calcestruzzo
© CarusoStJohn Architects

Tutto ciò è arricchito dall’applicazione di strisce di alluminio dorato sui giunti di connessione dei pannelli, così come sono in alluminio anodizzato tutti gli infissi delle grandi aperture vetrate che consentono una grande permeabilità visiva tra interno ed esterno;                      interno che presenta un andamento discontinuo e disomogeneo, tramite una successione di spazi fortemente indipendenti e caratterizzati da sistemi peculiari di illuminazione zenitale.  Il riferimento dei progettisti va in questo caso agli spazi creativi informali, agli atelier di artisti come Gordon Matta Clark o Trisha Brown, che operavano negli spazi commerciali dismessi del Cast Iron Disctrict di New York negli anni ’60.                                              Caruso St John danno vita a spazi caratterizzati ma pacati, in grado di svolgere la propria funzione senza prendere il sopravvento sulle opere d’arte ospitate, con un atteggiamento di aperta critica verso la spettacolarizzazione degli spazi per l’arte contemporanei.

Minimali quindi, ma sottilmente eleganti.

Nottingham Contemporary, Caruso St. John Architects, Nottingham (Eng) © CarusoStJohn Architects

Nottingham Contemporary, Caruso St. John Architects, Nottingham (Eng)
© CarusoStJohn Architects

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Storie da Pritzker, tra Giappone e mogli dimenticate


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Toyo Ito a Barcellona, di fronte al “Suites Avenue Aparthotel”
Photo ©Alberto Estévez/EFE/MAXPPP

Ad ogni nuova nomina del ‘nobel’ dell’architettura, il famoso Pritzker Price, cerco sempre di trovare una logica, una qualche parvenza di indirizzo programmatico dietro le annuali premiazioni. E’ pur vero che le nomine vengono fatte da commissioni giudicatrici sempre rinnovate, quindi sostanzialmente indipendenti le une dalle altre, e questo complica le cose.

Ma le assegnazioni del premio a Zumthor, o a Souto de Moura, persino al semisconosciuto (in occidente) Wang Shu potevano forse far intuire la volontà, condivisa o meno da parte delle diverse commissioni, di premiare realtà professionali stimate ma almeno apparentemente lontane dal circuito mediatico, ‘mainstream’ insomma, della cultura architettonica contemporanea. Persino il premio assegnato a Sanaa, ovvero il duo Kazujo Sejima e Ryue Nishizawa, poteva in qualche modo rientrare in questa logica, malgrado la dimensione molto più ‘internazionale’ della ricerca architettonica degli architetti giapponesi.

In fondo la smaterializzazione dell’architettura portata avanti da Sanaa affonda nella tradizione giapponese, così come il ‘razionalismo’ portoghese di Souto Moura deve molto alla tradizione locale del paese lusitano e lo stesso si può dire della matericità e della ‘concretezza’ delle architetture di Shu o Zumthor.

Ma quest’anno il Pritzker Price spariglia le carte in tavola e premia il sesto architetto giapponese nella sua storia assegnando l’ambito riconoscimento a Toyo Ito.

Il 71enne Ito è infatti il sesto architetto giapponese a ricevere il Pritzker Price dopo Kenzo Tange (1987), Fumihiko Maki (1993), Tadao Ando (1995), e Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa dello studio Sanaa (2010) e sarà premiato ufficialmente il 29 maggio al John F. Kennedy Presidential Library and Museum di Boston, con la cerimonia che si terrà per la prima volta all’interno di un edificio progettato da un altro illustre premiato, l’architetto cino-americano Ieoh Ming Pei.

La motivazione con cui il presidente della Hyatt Foundation Thomas J. Pritzker ha comunicato l’assegnazione del premio dice che «Per tutta la sua carriera professionale, Toyo Ito è stato in grado di produrre opere che coniugano innovazione concettuale e superbe esecuzioni. Creando eccezionali edifici per più di 40 anni, ha affrontato con successo tipologie diverse, da case, biblioteche, parchi, teatri, negozi, edifici per uffici e padiglioni, cercando ogni volta di allargare le possibilità dell’architettura. Professionista dal talento unico, si è dedicato al processo di scoperta che si cela nell’intravedere le opportunità di ogni lavoro e di ogni luogo».

Il contenuto della motivazione permette di delineare qualche indirizzo di riferimento, visto che a partire da Zumthor le ultime premiazioni sembrano indicare un’ attenzione per la realizzazione dell’architettura, per la costruzione e, non a caso, anche per Ito si cita la ‘superba esecuzione’ delle sue opere.                                                                                        Tutto questo con buona pace dei cittadini pescaresi che associano il nome di Ito, ormai da qualche anno, al fallimento del ‘bicchiere’, la fontana di vetro, costata un milione di euro, e interessata da un cedimento strutturale nel 2009 ad un anno dall’inaugurazione.                    Fallimento che comunque non va ad intaccare il nome di uno tra i maggiori architetti mondiali: anche perchè al di fuori dell’Italia la figura di Ito è legata indissolubilmente a celebri progetti, dal Matsumoto Performing Arts Centre di Nagano alla Torre Mikimoto di Ginza a Tokyo, Giappone, passando per gli edifici legati al marchio Tod’s come l’Omotesando Building, situato sempre nella capitale nipponica, e finendo a quella che è forse la sua opera più famosa e celebrata, la Mediateca di Sendai.

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Mediateca di Sendai (Jap), Toyo Ito & Associates

Non indicato, ovviamente, ma probabilmente presente tra i motivi, volendo fare un pò di ‘arte del retroscena’, vi sarà stato quello di premiare il maestro di Sajima e Nishizawa, formatisi alla ‘scuola’ del Pritzker 2013.

Un premio insomma, quello a Ito, che al di là dei richiami alla perizia esecutiva, alla costruzione, va al creatore di opere fortemente iconiche, ad una figura forte dello star system dell’architettura contemporanea, dopo i nomi ‘poco noti’ delle ultime edizioni.

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Tod’s Omotesando Building, Toyo Ito & Assciates, Tokyo (Jap)
© Archimagazine.com

Tuttavia a contorno dell’assegnazione di quest’anno del premio sta tenendo banco una interessante questione, sollevata dall’architetto Denise Scott Brown, moglie e socia di Robert Venturi, che il premio Pritzker lo vinse nel 1991.                                                               L’urbanista e architetto, ottantaduenne, intervenendo a Londra al pranzo della associazione AJ Women in Architecture, si è detta rammaricata delle difficoltà del Pritzker di riconoscere il suo ruolo all’interno dello studio Venturi, Scott Brown and Associates.                                                                                                                                          In ultima analisi anche Denise vuole vedere riconosciuto, pur se a distanza di molti anni, il suo ruolo determinante di co-firmataria  e di co-progettista delle architetture ideate dallo studio che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo determinante nella recente storia dell’architettura. Non da ultimo, infatti, le è sempre stato riconosciuto il contributo fondamentale nella scrittura del celeberrimo saggio ‘Learning from Las Vegas’, al quale è legata fortemente la fortuna, anche teorica, dell’architettura di Venturi e Scott Brown.          Martha Thorne, direttrice del Pritzker Price, ha annunciato la disponibilità della fondazione a discutere la questione sottolineandone l’inusualità: al tempo dell’assegnazione del premio a Robert Venturi la giuria era composta da J. Carter Brown (presidente), Giovanni Agnelli, Ada Louise Huxtable, Ricardo Legorreta, Toshio Nakamura, Kevin Roche, Lord Rothschild, e Bill Lacy (segretario di Giuria).

Robert Venturi e Denise Scott Brown nel deserto presso Las Vegas, 1972

Robert Venturi e Denise Scott Brown nel deserto presso Las Vegas, 1972

A tutto questo si aggiunge una tempestiva petizione che mira appunto a richiedere il riconoscimento dell’importanza di Denise Scott Brown. La petizione sembra abbia ottenuto anche l’appoggio di Robert Venturi stesso, come è giusto, per evitare di guastare i rapporti persino dentro casa.                                                                                                                            Al di là delle battute la questione è alquanto significativa visto che ad oggi sarebbe inconcepibile l’idea di un Pritzker assegnato al solo Pierre de Meuron o a Jacques Herzog dello studio Herzog & De Meuron (premiati nel 2001) o alla sola Sejima senza considerare l’apporto di Ryue Nishizawa all’interno dello studio Sanaa. Da chiarire, a mio avviso, resta anche la premiazione di Wang Shu visto il ruolo della moglie Lu Wenyu nella fondazione dello studio comune AmateurArchitecture.

Un avviso alle prossime giurie del Pritzker: non dimenticate le mogli degli architetti, che giustamente, anche a distanza di anni, premono per vedere riconosciuto il proprio lavoro.                                                                                                                                             Dice un detto che ho sentito ripetere diverse volte che la donna tiene in piedi tre angoli della casa; sembra difficile che in uno studio di architettura le cose siano diverse.

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Rinnova e riusa il (tuo) mondo


In questo periodo per me un pò complicato, alle prese con la corsa finale per la conclusione della tesi di laurea, il tempo per aggiornare il blog e scrivere qualcosa di nuovo risulta assai scarso. Prima comunque che mi lasci sopraffare dalla frenesia e dalla paranoia per il rush finale (più o meno dopo le elezioni quando mancherà un mese, più o meno, alla discussione… aargh!) che mi costringeranno a ‘sparire’ per ritirarmi in un lavoro di rifinitura ‘matto e disperatissimo’ della tesi, mi sembra giusto diffondere un’ ottima iniziativa, scoperta facendo ricerche sul tema del riuso e del recupero del patrimonio edilizio ed architettonico dismesso.

Chi abbia visitato l’ultima Biennale veneziana di architettura avrà sicuramente notato come sulla facciata del padiglione tedesco campeggiasse l’invito ‘REUSE REDUCE RECYCLE‘: scritto a caratteri cubitali esso era assieme un monito, un ordine, un appello alle coscienze di tutti.

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Queste tre semplici parole d’ordine sono alla base della pregevolissima iniziativa denominata ‘(Im)possible living’, un progetto crowdsourcing nato ancora nel 2011 dall’iniziativa di Daniela Galvani e Andrea Sesta, rispettivamente architetto e ingegnere. Daniela e Andrea sono convinti che il recupero sistematico del degrado sia la vera strada per costruire un mondo sostenibile. Per questo hanno deciso di guardare gli edifici abbandonati con occhi diversi e di suggerire un’alternativa globale – e molto ambiziosa – all’abbandono. In tempi in cui si costruiscono forsennatamente nuove palazzine, villette a schiera “a due passi dalla città”, che rimangono vuote per anni e consumano il territorio, il sito vuole diventare un punto di riferimento mondiale per il recupero degli edifici abbandonati e un catalizzatore di energie per mettere in pratica il vero rinnovo.

Il sito www.impossibleliving.com è nato per permettere la costruzione di un vastissimo database di luoghi ed edifici abbandonati, ampliabile con l’apporto degli utenti che vogliano segnalare e aggiungere alla mappa interattiva le proprie segnalazioni.

Oltre al sito gli utenti possono usare un’applicazione per iPhone e Android che consente di mappare gli edifici semplicemente inviando una foto già corredata di info geografiche e possono leggere l’utilissimo blog.

Da poco è anche già iniziata la seconda fase del progetto: all’interno di ogni scheda, relativa a un edificio, ciascuno ha iniziato a suggerire le proprie proposte creative di recupero. L’obiettivo è formare dei veri e propri gruppi di progetto o di lavoro che avvieranno localmente il processo di riabilitazione. E’ chiaro come la fattibilità dipenda da caso a caso ma gli ideatori contano nella creazione di un network di professionisti in grado di elaborare i documenti necessari alla richiesta di permessi e finanziamenti e di offrire supporto per la ricerca di capitali da destinare ai singoli progetti.

I primi esempi di scheda informativa completa e di relative proposte di recupero sono visibili sulla home page del sito, disponibile sia in italiano (essendo una iniziativa italiana di nascita) sia in inglese, in quanto aperta alle segnalazioni e alle esperienze internazionali.

Chiunque sia a conoscenza di edifici, ruderi, luoghi abbandonati, a cui è particolarmente legato o vorrebbe vedere recuperati, valorizzati, è invitato a segnalarli e ovviamente a proporre idee, proposte, progetti per il riutilizzo, ancora meglio se concepite con l’apporto di professionisti e concretamente realizzabili.

Ora che con le recenti primarie della cultura promosse dal Fai, Fondo Ambiente italiano, è emerso tra i punti principali lo stop al consumo di suolo, alle nuove edificazioni e all’urbanistica espansiva il tema del recupero dell’edilizia esistente risulta quantomai rilevante oltre che un’ ottima occasione per valorizzare il patrimonio di tutti.

Le Ex Officine (1932) del sito industriale Lanerossi di Schio (Vi) _ oggetto della mia tesi di laurea e uno dei siti segnalati del database di (Im)possibleLiving.com

Le Ex Officine (1932) del sito industriale Lanerossi di Schio (Vi) _ oggetto della mia tesi di laurea e uno dei siti segnalati del database di (Im)possibleLiving.com

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Morte di un fotografo

Ribloggato da Simone Tulumello:

Clicca per visitare l'articolo originale

Il racconto che Gabriele Basilico ha fatto delle città negli ultimi decenni è andato ben oltre la sua personalità di fotografo e critico.

Le sue fotografie, la coerenza, precisione e la significanza dei suoi lavori sono divenute un immaginario comune che prescinde dalla conoscenza di chi le ha scattate, prodotte.

Tanto che non c'è nessuno che, nel vedere una sua fotografia, non la "riconosca" in quanto significante, anche se di Gabriele Basilico non ha mai sentito parlare.

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Peter Zumthor, maestro dell’atmosfera


Bruder Klaus Chapel, Wachendorf (Ger), Peter Zumthor

Bruder Klaus Chapel, Wachendorf (Ger), Peter Zumthor

“Questo è il procedimento che preferisco: dapprima pensare l’edificio come fosse una massa d’ombra e solo in un secondo tempo, come in un processo di scavo, mettere le luci, far filtrare la luce nell’oscurità. E poi viene il secondo procedimento preferito – è tutto molto logico, non ci sono segreti, è una cosa che fa chiunque. Il secondo procedimento che preferisco consiste nel sistemare consapevolmente i materiali e le superfici in una certa luce. Poi bisogna guardare come riflettono i materiali e a quel punto li si sceglie per creare un insieme coerente.                                                                                                                            … la luce del giorno, la luce sulle cose mi colpisce a volte a tal punto da farmi pensare che in essa vi possa essere un’ entità spirituale.”

Kolumba Museum, Colonia (Ger), Peter Zumthor

Kolumba Museum, Colonia (Ger), Peter Zumthor

“Prendiamo un certo quantitativo di legno di quercia e una certa quantità di tufo, e aggiungiamo tre grammi di argento, una chiave e… cos’altro?… Poi mettiamo lì tutte le cose, prima mentalmente, poi concretamente, e osserviamo come reagiscono tra loro. Perchè lo sappiamo tutti quanti: i materiali entrano tra loro in consonanza e risplendono, dopo di che da questa composizione di materiali si genera qualcosa di unico: loro emanano una propria qualità.”

Shelters for Roman Archaeological Excavations in Chur, Switzerland, Peter Zumthor © Shawn Swisher

Shelters for Roman Archaeological Excavations in Chur, Switzerland, Peter Zumthor © Shawn Swisher

“… volevamo far si che la gente ‘vagasse liberamente’, volevamo produrre un’atmosfera in cui il visitatore si sentisse sedotto più che guidato. I corridoi degli ospedali sono spazi che ci guidano, ma esiste anche un modo di sedurre, di indurre a lasciarsi andare, a muoversi liberamente, e questa capacità è nelle mani degli architetti. E’ una capacità che ha un pò a che fare con la scenografia, a volte. Nell’edificio termale abbiamo cercato di portare ogni singola unità spaziale ad un punto di autonomia.                                                                             … me ne sto qui, posso essere. Ma ecco che qualcosa già mi attira dietro l’angolo, lì cade una luce, e anche qui, e io attravesandola continuo a vagare.” (‘Atmosfere’, 2007)

Terme di Vals, Chur (Ch), Peter Zumthor

Terme di Vals, Chur (Ch), Peter Zumthor

Peter Zumthor, nato a Basilea nel 1943, si è formato come falegname alla Kunstgewerbeschule di Basilea e, successivamente, alla facoltà di architettura e design del Pratt Institute di New York. Dal 1979, ha aperto il suo studio a Haldestein, in Svizzera. Tra i suoi scritti Electa ha pubblicato ‘Pensare Architettura’ (2003) e ‘Atmosfere. Ambienti architettonici. Le cose che ci circondano.’ (2007)                  Vincitore del Premio Pritzker nel 2009, attualmente è professore all’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana di Mendrisio.

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L’originale assente. Percorsi iconografici nella memoria della tradizione occidentale


Sheila Metzner 'The Kiss' (particolare)

Sheila Metzner ‘The Kiss’ per Fendi Roma (particolare)

Può sembrare paradossale ma spesso capita che, nell’ambito della formazione universitaria, acquistino una rilevanza particolare piccoli corsi di nicchia, quegli insegnamenti opzionali (di nome ma obbligatori de facto) che lo studente può ‘scegliere’ per raggiungere i necessari cfu del proprio percorso formativo.                                                                                                 Nella maggior parte dei casi questi corsi, ‘accessori’ per così dire, raggiungono livelli di difficoltà incomprensibili per gli studenti, a fronte della loro marginalità accademica e del risibile numero di crediti che assegnano.                                                                                     Ma fortunamente non mancano le occasioni in cui questi insegnamenti secondari si rivelano forieri di soddisfazioni e interesse.                                                                                                All’ Istituto Universitario di Architettura di Venezia esisteva, fino ai recenti sconvolgimenti dei piani formativi, un ottimo corso di ‘Archeologia e tradizione classica’, poi ribattezzato ‘Storia dell’arte greca e romana’.

Che questo corso fosse un raro figlio sano delle riforme dell’università degli ultimi anni e del tanto bistrattato 3+2 o solo il pretesto per mantenere un’insegnamento di arte classica nella facoltà, onestamente non saprei dirlo ma quel che so con certezza è che quelle lezioni sono state tra le migliori a cui abbia mai assistito tra le aule universitarie.

Se il corpo principale dell’insegnamento si basava sulle pubblicazioni dello archeologo Tonio Holscher ( ‘Il mondo dell’arte greca’ e ‘Il linguaggio dell’arte romana’ ) e sullo studio degli apparati iconografici dell’Ara Pacis Augustae, un libro in particolare, raccomandato dalla docenza come propedeutico alla preparazione dell’esame, si è rivelato eccezionalmente interessante.

Il libro in questione, ‘rispuntato’ recentemente nella mia libreria, è ‘L’originale assente. Introduzione allo studio della tradizione classica’ curato dalla docente e ricercatrice Monica Centanni e da un folto gruppo di studiosi della materia classica, tra docenti e ricercatori dello Iuav e di Ca’ Foscari.

“La tradizione classica è radicalmente diversa da quelle che generalmente si definiscono come ‘tradizioni’ o ‘culture tradizionali’. Con tradizione infatti comunemente si intende la custodia e la trasmissione di un ‘testo’, dato per stabilito una volta per sempre, che va conservato quanto più possibile puro e immodificato, nel contenuto e nella forma.          La tradizione classica non ha invece un oggetto definito, un corpus chiuso di testi, di immagini, di idee e di simboli, da conservare in modo statico: descrive piuttosto un movimento, un processo dinamico di trasmissione che prevede anche l’alterazione, la reinterpretazione e la reinvenzione, il fraintendimento (volontario o involontario), fino al tradimento dei contenuti e delle forme.”

Inizia così il primo capitolo del libro, introducendo la specificità della tradizione classica e proseguendo poi con il chiarimento del concetto di ‘classico’, ovvero ‘quanto, di epoca in epoca, viene selezionato criticamente e pregiato per il suo valore’.

Il testo non ha un intento divulgativo e ai più potrà sembrare di difficile accesso;                  si tratta infatti di un saggio che espone questioni metodologiche per lo studio e l’analisi della tradizione classica, nella pittura e nella scultura così come nell’architettura.                         Ma una volta fatti propri alcuni concetti e alcuni meccanismi la trattazione si apre a numerosi esempi, tratti sia dal mondo dell’arte, sia dal mito classico, finanche dalla pubblicità, lo strumento più potente di trasmissione iconografica elaborato dalla nostra società, che ci mostrano quanto persistenti siano alcune forme, alcune immagini, alcuni temi nella grande pluralità di modalità espressive e di invenzioni artistiche che vanno dall’antichità, passando per il rinascimento fino ai tempi attuali.

Aby Moritz Warburg, Atlante iconografico di Mnemosyne

Aby Moritz Warburg, Atlante iconografico di Mnemosyne

Si tratta di un viaggio nei meccanismi, profondi e talvolta nascosti, di trasmissione di una tradizione culturale che non è mai rimasta uguale a se stessa ma che si è mantenuta estremamente vitale, e attuale in ogni epoca, reinventando e riscrivendo temi, recuperando e innovando, trasformando il significato e l’aspetto della propria materia costitutiva, le immagini.

Parlando di immagini, di iconografia, il saggio riserva ampio spazio alla fondamentale figura di Aby Warburg, storico e critico d’arte tedesco che dedicò ampia parte della propria vita di studioso al Rinascimento fiorentino e creò un complesso progetto di ricerca, il cosiddetto Atlante iconografico di Mnemosyne (dal nome della madre delle Muse, le divinità ispiratrici della creazione artistica):                                                                                                               tale progetto, rimasto incompiuto per la morte dello studioso ma ispiratore di un metodo di studio e ricerca, aveva come temi portanti le forme della tradizione e i suoi veicoli di trasmissione, la forza espressiva delle immagini e i meccanismi della memoria culturale.

Aby Warburg nel suo studio ad Amburgo, 1912

Aby Warburg nel suo studio ad Amburgo, 1912

Nello specifico le analisi fanno riferimento a cicli pittorici o a singole opere peculiari, o a figure storico-mitologiche ricorrenti presso ambiti culturali diversi, come i cicli mitologici di Botticelli o la serie di tavolette allegoriche di Giovanni Bellini (conservate alle Gallerie dell’Accademia di Venezia), le rappresentazioni di Alessandro Magno o di Ercole, riferendosi soprattutto a periodi storici e movimenti culturali di ‘passaggio’, quale ad esempio il primo Rinascimento, in cui il ricorso alla mimesis, alla copia, dei riferimenti artistici antichi risulta più evidente e determinante per futuri sviluppi.

Come ben evidenziato dal libro tali meccanismi sono ancora attuali e operanti, dalle immagini pubblicitarie ispirate a modelli pittorici ricavati dalla storia dell’arte al fenomeno dei loghi commerciali e d’impresa.

Ma perchè, quindi, l’originale è assente? Perchè la ‘tradizione classica trae origine dal mito ‘classico’, ovvero da un repertorio di racconti aperti, di frammenti di storie e immagini, che il poeta e l’artista possono, di epoca in epoca, riattivare in nuova forma espressiva per ribadire la forza attuale del presente’.                                                                                             Sottoposto a continua manipolazione e all’introduzione di istanze originali questo materiale fondante perde progressivamente la propria origine, rendendosi disponibile ad essere sempre reinventato.

‘L’originale assente. Introduzione allo studio della tradizione classica’                                   a cura di Monica Centanni                                                                                                            Bruno Mondadori editore

Riguardo gli stessi temi segnalo anche il sito http://www.engramma.it/eOS2/index.php       curato in buona misura dallo stesso comitato scientifico, autore del libro in questione.

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